Laboratorio Sociale 20 Maggio 2019

Laboratorio sociale n.5 maggio 2019

UN NUOVO INIZIO PER L’UNIONE EUROPEA?

Riportiamo il sunto, non rivisto dall’autore, dell’intervento di Luca Jahier all’incontro che si è tenuto a Como il 29 marzo scorso, promosso da ACLI, Azione Cattolica, Compagnia delle Opere, Confcooperative Insubria, Forum Comasco delle Associazioni Famigliari.

Non avrebbe molto senso descrivere queste elezioni come l’ultima chance per l’Europa, ma sicuramente rappresentano un tornante significativo. Per la prima volta si confrontano due campi distinti in modo netto, entrambi al proprio interno disaggregati. Uno punta allo smantellamento del quadro su cui è costruita l’Unione Europea e del bilanciamento complesso tra la componente comunitaria e quella intergovernativa (il Parlamento europeo non ha lo stesso potere legislativo dei Parlamenti nazionali, è co-legislatore) per un ritorno a un’Europa delle nazioni, come a Versailles, in cui le nazioni contrattano in base al proprio peso. L’altro parla di un rafforzamento del progetto vissuto finora con gli aggiustamenti del caso. All’interno di ogni schieramento ci sono divisioni ma bisogna tenere presente questa grande distinzione.

Nel fronte antieuropeista si possono classificare Salvini, Le Pen, Kurtz, ma anche i socialisti bulgari e rumeni. La prima ministra rumena ha rotto l’unità dei Paesi europei nell’annunciare, come ha fatto a Washington, lo spostamento dell’ambasciata rumena da Tel Aviv a Gerusalemme, contro la linea europea, sebbene appartenga allo stesso partito europeo dell’alta rappresentante della Politica estera dell’UE, Federica Mogherini. Le divisioni quindi non corrono sempre lungo le linee politiche che abbiamo in mente.

In gioco ci sono valori democratici come l’indipendenza della magistratura e la tutela dei diritti fondamentali.

Nel fronte europeista trovano sia Macron, sia la leader dei socialdemocratici tedeschi, i cui programmi sembrano molto diversi.

Il Partito Popolare Europeo ha sospeso (non espulso) Orban quasi all’unanimità.

Se i blocchi sovranisti si alleassero, secondo le proiezioni, diventerebbero la seconda forza del Parlamento europeo. Bisognerà vedere se Salvini e Le Pen si alleeranno con i polacchi anche se i primi due appoggiano la Russia di Putin e la Polonia invece, per ragioni storiche, no.

L’Europa oggi ha quindi davanti cinque grandi sfide.

E’ in corso una trasformazione radicale dell’economia non solo per l’uscita dalla crisi economica più grande dal 1929 in poi (per quanto l’Europa abbia resistito meglio di altre parti del mondo, grazie anche al “quantitative easing” che ha iniettato 2 miliardi di euro nel sistema europeo con una mossa che prima non era prevista) ma anche per i fenomeni dell’industria 4.0, della rivoluzione digitale, dell’economia circolare, della trasformazione energetica. Fino a qualche anno fa non era l’Europa a puntare sull’elettrico per le automobili ma l’Asia e gli Stati Uniti, oggi le industrie europee hanno corretto la rotta. Le auto elettriche hanno bisogno di batterie ma l’Europa sta perdendo la sfida con la Cina per l’innovazione delle batterie. Dall’industria, sia pesante sia leggera, dipende il nostro scenario futuro. Si va verso l’abolizione della plastica, chi arriverà primo a trovare materiali alternativi ne ricaverà un grande vantaggio.

Cambierà molto anche l’organizzazione del lavoro. Il centenario dell’International Labour Organization è stata un’occasione mancata perché ci si è concentrati sulla difesa del posto di lavoro più che sulla tutela della persona che lavora e che passa da un lavoro all’altro. Non si tiene conto del fatto che quando un giovane si diploma alle superiori ha l’unica certezza che cambierà circa 7,5 lavori (non solo posti di lavoro) nel corso della sua carriera e che il 60% dei lavori che ci saranno non esiste ancora. Non si può trascurare l’industria per il settore terziario.

Il sistema di Stato sociale che fa parte del contratto sociale e ha permesso l’instaurazione della democrazia è oggi in crisi radicale perché si sgretola la base della piramide, cade il presupposto per cui dopo gli studi un individuo entrava nel mondo del lavoro e vi rimaneva costantemente per anni pagando le tasse e contribuendo così a un welfare basato fondamentalmente sul pubblico. è quasi un miracolo che il sistema non sia ancora a pezzi e che l’Europa sia ancora il sistema di protezione sociale più avanzato al mondo, più degli USA.

Si tratta di decidere se abbassare i diritti o trovare nuove forme per garantirli in un nuovo protagonismo di lavoratori, cooperative, privati…

Un’altra sfida è la messa in discussione delle democrazie liberali. Ci eravamo illusi che in Cina la rapida crescita della classe media e del capitalismo avrebbe portato inevitabilmente a un conflitto tra la forma dello Stato e quella del mercato, ma non è stato così, anzi siamo noi che siamo andati in crisi.

La Brexit è l’esempio del suicidio di un Paese.

Sono in crisi i corpi sociali intermedi, che non riescono a mobilitare l’opinione pubblica mentre Greta Thunberg, senza appoggiarsi ad apparati esistenti o a grandi finanziamenti, riesce a riempire le piazze in tutto il mondo.

C’è infine una crisi nei rapporti internazionali. Siamo passati da una competizione collaborativa a un’aggressività distruttiva, con la frattura, che nessuno avrebbe immaginato, dell’alleanza fra gli Stati Uniti e l’Europa. Nell’Europa orientale ci sono rischi di sconfinamenti in cielo fra forze NATO e russe, le primavere arabe hanno dato un’illusione di democrazia ma poi hanno portato guerre ovunque, gli USA si sono sfilati dall’accordo sul nucleare con l’Iran, la Sira ha attraversato un conflitto lacerante, l’Africa subsahariana è in ebollizione.

Siamo contornati da scenari di guerra e si rischia che questa arrivi anche all’interno dei confini europei: per esempio potrebbero riaccendersi le tensioni in Irlanda, se con la Brexit verrà ricostruita la frontiera tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito, e potrebbero esserci problemi nei Balcani con il ritorno dei foreign fighters dalla Siria.

Nessuna di queste sfide può essere affrontata da un Paese da solo e c’è più bisogno che mai, in questo mondo multipolare, di una forza tranquilla e promotrice della pace.

L’Europa ha già sul tavolo l’Agenda 2030 dello Sviluppo Sostenibile basata sull’agenda dell’ONU, a sua volta molto ispirata dal lavoro europeo. Comprende fra l’altro una spinta su investimenti etici e finanza solidale e quindi regolamentazioni che le favoriscono. L’Agenda 2030 è win win per tutti, gli unici a perdere sono coloro che vogliono speculare sul breve termine e i venditori di armi.

Il Rinascimento ha accompagnato lo sviluppo dell’Europa lungo quattro direttrici: la cultura, con il ritorno della cultura classica; l’idea positiva dei cambiamenti tecnologici e del loro indirizzo al servizio dell’umano; il ruolo di banchieri e mercanti come forze trainanti che diffondono tutto questo nel continente; i poteri locali al posto del centralismo. Anche oggi abbiamo bisogno più che mai di questi quattro aspetti.

Luca Jahier è Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo ed è stato a lungo Presidente del Consiglio Nazionale delle ACLI.