Laboratorio Sociale 18 Gennaio 2019

Laboratorio sociale 1/1

GOVERNARE L’INNOVAZIONE

Quello che occorre è la capacità di saper governare i cambiamenti e non soltanto di subirne passivamente gli effetti che sono spesso di sopraffazione: con uno slogan si potrebbe affermare di voler “contrattare l’innovazione”.   

Con il termine di “rivoluzione industriale” gli storici sono soliti indicare un complesso processo di cambiamento di taluni sistemi sociali, che ha consentito il passaggio repentino da una preesistente economia prevalentemente di tipo agricolo e piccolo artigianale-commerciale, ad una nuova dimensione definita appunto come industriale.

Fondamentale in questo sviluppo è stata l’introduzione massiccia di macchine azionate inizialmente da forze naturali, come l’acqua o il vento, e successivamente dai combustibili fossili e dall’elettricità, le quali hanno consentito un notevole incremento del volume delle merci prodotte e la loro standardizzazione.  L’immagine iconica di questa fase potrebbe essere ricondotta a quel “fumo di Londra”, cioè alla colorazione grigiastra tipica dell’aria inquinata della metropoli inglese di qualche tempo addietro, che ha rappresentato il “prezzo” da pagare a fronte di una prorompente industrializzazione urbana, e per il quale è stato coniato anche il termine specifico di “smog”, acronimo derivato dall’accostamento delle due parole dai significati diversi di smoke (fumo) e fog (nebbia).

L’ evoluzione successiva ha interessato i processi produttivi a seguito dell’introduzione massiccia dei componenti dell’elettronica, dell’informatica e delle potenzialità offerte dalle telecomunicazioni, tipicamente quindi con riferimento ai calcolatori elettronici e dell’ITC (Information and Comunication Technology).

La fase attuale è caratterizzata da un uso individuale oramai massificato di prodotti contenenti componenti digitali, mentre nel campo della produzione si parla insistentemente di “industria 4.0”, cioè della propensione del mondo aziendale a spingere sempre di più verso l’automazione, incorporando nuove tecnologie allo scopo di aumentare la produttività ed anche di migliorare le condizioni di lavoro, ed infatti qualcuno definisce questa fase come la “quarta rivoluzione industriale”.

Tuttavia le cose stanno andando per il verso giusto? Quali sono le per così dire, “magnifiche sorti e progressive”, di questi nuovi tempi moderni?  Ci sarà riservato un futuro di maggiore benessere o magari di elevata incertezza ed anche peggio di recessione?

Ovviamente non è possibile dare risposte esaustive a questi assolutamente motivati quesiti, mentre si può soltanto cercare di mettere insieme un puzzle variegato di indicatori, cercando le eventuali interconnessioni tra fatti che potrebbero apparire scollegati tra loro, e di costruire poi una sintesi magari con un qualche probabile effetto predittivo.

Non vi è dubbio che l’automazione/digitalizzazione è attivata prevalentemente in un contesto produttivo seppure avente anche una notevole ripercussione nel settore dei servizi; mentre le tecnologie che hanno a che vedere con queste trasformazioni si chiamano intelligenza artificiale, additive manufacturing, automazione modulare, piattaforme integrate, ecc., e che tutto ciò avrà certamente importanti risvolti sulla forza lavoro dei tempi a venire.

Se per la fabbrica fordista e taylorista erano l’elevata quantità di mano d’opera a basso costo e non specializzata da impiegare in lavori ripetitivi le caratteristiche salienti, così come erano pure evidenti gli stati di alienazione suscitati dalla segmentazione scientifica e dalla razionalizzazione delle fasi di lavoro peraltro ben immortalati da Charlie Chaplin nel film “Tempi moderni”, negli spazi lindi degli stabilimenti contemporanei altre sono le dominanti.

Non occorre scomodare Marx per constatare come il lavoro da elemento di inclusione, di qualificazione imprescindibile della cittadinanza, dalla sua funzione di “ordinatore sociale”, di costruzione dell’identità e della dignità della persona, si sia trasformato in una merce liberamente scambiabile (qualora richiesta), e comunque non pare più essere al centro del patto associativo.

Negli ambienti ipertecnologici, robotici, luminosissimi dell’opificio moderno il lavoro manuale sarà quasi del tutto sostituito da quello automatizzato, mentre l’innalzamento qualitativo della produzione richiederà nuove abilità specialistiche alla componente umana ancora necessaria alla produzione.  E’ chiaro sin da ora che non saranno tutte rose e fiori. Una parte della manodopera è a rischio e non avrà la possibilità di riconvertirsi anche se si stima che possano essere generati comunque nuovi posti di lavoro da correlare alle trasformazioni in atto.

La cyber azienda si prefigurerà come un orizzonte algido ma dal cuore, anzi dal core ancora in mano all’elemento umano, al quale però saranno richieste nuove skill (abilità) performanti.   Così accanto agli investimenti finalizzati all’innovazione (che vuol dire anche una maggiore attenzione per l’ambiente), dovrebbero però essere previste anche le necessarie risorse per promuovere le attività di aggiornamento e di formazione professionale intorno alle nuove tecnologie.

Quello che occorre è la capacità di saper governare i cambiamenti e non soltanto di subirne passivamente gli effetti che sono spesso di sopraffazione: con uno slogan si potrebbe affermare di voler “contrattare l’innovazione”.  Quest’ultima serve e va sicuramente promossa però non in funzione esclusiva del profitto di pochi, ma poiché risponde ai bisogni di molti, per questo può essere “democratica” in quanto frutto di scelte condivise, e a disposizione per una vasta platea di possibili fruitori.

C’è ancora bisogno di “buon lavoro” cioè di qualità dell’offerta, della sicurezza nei luoghi della produzione, dei diritti connessi allo status di lavoratore.  Ci sono le “vite spezzate” dal lavoro e dai nuovi ritmi operativi da ricomporre, i lavoratori che sono anche dei consumatori, i diritti da stabilire e da riconquistare, i “tempi comandati” e quelli necessari per il riposo.

Nella temperie della Industry 4.0, le ACLI che hanno nei lavoratori una delle tre fedeltà storiche dell’associazione, devono assumersi la responsabilità di interpretare e possibilmente di cercare anche di contribuire a dare una governance a queste trasformazioni, accompagnando la parte più debole ed esposta a tali dinamiche attraverso la loro multiforme attività.

Andrea Rinaldo, Consigliere Provinciale ACLI COMO