Laboratorio Sociale 25 Marzo 2020

Laboratorio sociale n.3 marzo 2020

L’ASSOCIAZIONE NEI TEMPI IN CUI AGGREGARSI NON SI PUO’

Mille volte, almeno, in questi anni ci siamo detti che dovevamo cambiare, adattarci ai nuovi tempi, modificare la nostra presenza associativa in risposta alle spinte di una nuova modalità di stare insieme.

Mille volte abbiamo analizzato i nuovi luoghi di aggregazione giovanile, i trend del volontariato. Mille volte, almeno, abbiamo cercato di capire quali fossero i nuovi bisogni a cui rispondere, dicendoci che, ormai, le ACLI hanno un po’ di tutto (in termini di diversificazione di servizi) per rispondere alle richieste della società, dai servizi alle cooperative, dall’aggregazione alle forme di risparmio… Mille volte, almeno, ci siamo trovati per dirci come, cosa, quando e per provare ad immaginare un futuro per la nostra associazione.

Ne è bastata una, però, di emergenza, per prendere il tavolo su cui avevamo sparso le nostre carte da gioco e ribaltarlo a gambe in su. Non solo facendo un gran tonfo, ma rimescolando tutte le carte, facendole cadere alcune girate a faccia in su, altre no. Ne è bastata una, per trasformare tutto dalla sera alla mattina, anche se noi non eravamo pronti, anche se non avevamo fatto riunioni per decidere come affrontarla, anche se, probabilmente, non ci eravamo ancora resi conto della gravità della situazione quando ci ha investiti.

Mentre ognuno di noi è (ci auguriamo!) a casa, giustamente preso dalla tutela di sé e dei propri cari, contemporaneamente si muove sotterranea, silenziosa, una solidarietà naturale, spontanea, straordinaria. Quella propria delle situazioni estreme, che spesso non è nemmeno definita da chi la pratica. Ma è proprio così facile in questo momento separare il benessere individuale da quello collettivo? Non è forse l’uno parte dell’altro? Siamo in un tempo in cui molto sembra muoversi su poli opposti, uscire o no, fare o no, arrabbiarsi o no, ribellarsi o no, credere o no…  Dai gesti più semplici a quelli più strutturati e complessi da organizzare, ci sono, ora, centinaia di migliaia di persone che stanno facendo qualcosa per stare accanto alle altre persone. Ci sono dibattiti internazionali on line, e ci sono vicini di casa che si fanno la spesa a vicenda. Ci sono promulgazioni di nuove leggi, sospensione di trattati internazionali e ci sono video tutorial di attività da fare in casa con i bambini. Ci sono giovanissimi chef che cucinano per i volontari e i medici ospedalieri. Ci sono ragazzini che donano 2€ per volta agli ospedali e persone che donano  1 – 2 – 10 milioni di € per volta. Ecco, allora il dovere e la sfida per la nostra organizzazione e per molte come la nostra: muoversi in questa dicotomia, inventandosi una zona grigia in cui far convivere l’obbligo con la volontà, l’individuale con il collettivo. Anche in alcuni dei nostri circoli, nel nostro piccolo, si sono strutturati modalità e strumenti per continuare, nonostante tutto, ad essere vicini alla comunità. Il circolo di Cucciago, ad esempio, con le video ricette per bimbi, che consentono loro di proseguire le attività iniziate. Il circolo Famiglie in cammino che, con i volontari del progetto “A voce alta”, sta proponendo video letture. Il circolo di Rebbio, si sta organizzando per uno “spazio compiti” virtuale tramite whatshapp. Ed è questo il momento per cominciare a ringraziare. GRAZIE!

È paradossale, questo tempo. Perché ognuno di noi, come individuo, sopravviva è richiesto che tutti noi ci atteniamo alle stesse regole. Il mio “bene” passa necessariamente attraverso il fatto che gli altri si impegnino per il proprio e per il mio. È stato creato artificialmente un gruppo omogeneo di persone (gli italiani) a cui è stato dato un obiettivo comune: il superamento di questa emergenza con il minor impatto possibile sulla salute che, ricordiamolo, è un bene comune. Cosa manca, quindi, per far sì che questo gruppo, questa società si trasformi in una vera e propria comunità? Manca “solo” la coesione, ovvero tutto quell’insieme di legami e relazioni che trasformano qualitativamente il gruppo. Per utilizzare una definizione sociologica, la coesione sociale è “l’insieme dei comportamenti e dei legami di affinità e solidarietà tra individui o comunità, tesi ad attenuare in senso costruttivo disparità legate a situazioni sociali, economiche, culturali, etniche”[cit.]. Non è forse questo uno dei nostri compiti? Non è forse uno degli obiettivi che stavamo perseguendo quando siamo stati travolti da questo terremoto? Lavorare, oggi, sulla coesione sociale significa che domani, quando questa fase sarà terminata, ci troveremo in un contesto diverso da quello che abbiamo lasciato e, probabilmente, più forte. Allora, non appena si è trovato un precario equilibrio, è il momento di essere coesi nelle nostre comunità, e chissenefrega di quale organizzazione hai o non hai la tessera. Le necessità sono talmente tante e urgenti che ora non ci si può perdere nel bicchiere della rappresentanza. Bisogna fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità, c’è bisogno di ogni più piccola cosa che ciascuno di noi può mettere a disposizione.  Forse, ora, è il momento di ringraziare chi ha ancora qualche forza residua per fare qualcosa e per chiederci: io cosa posso fare? E se non saranno azioni eclatanti, visibili e urlate a squarcia gola, poco importa. Ci sono anche azioni silenti, piccole, microscopiche, che ci consentono di seminare i germogli di quella che vorremmo diventi la nostra provincia domani. Già, strano a dirsi, ma oggi è il momento di immaginare, di sognare. Di individuare cosa vorremmo che cambi nella nostra Como, e cominciare a lavorare su ciò che vorremmo sia il tessuto che dovrà affrontare la piaga economica che giungerà dopo la quarantena.

Ed è così che anche la nostra Associazione potrebbe trarre da questo tempo la spinta, l’opportunità per ridefinirsi in tempi più contingentati. Può forse essere questo il momento di sospensione e discernimento che attendevamo, per capire cosa è fondamentale per noi e di cosa, invece, siamo disposti a spogliarci? Dal mio punto di vista non possiamo tirarci indietro, non possiamo che spenderci in ciò di cui c’è bisogno. Le necessità delle nostre comunità sono talmente urgenti che non possiamo che fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità (qualunque sia il modo che ci viene in mente).

E’ certo che non c’è una soluzione, non c’è una ricetta che ci fa resistere a questa situazione così strana. Citando una cara amica psicologa, “le persone, adesso, fanno quello che meglio possono”. Abbiamo subìto un’accelerazione a cui non eravamo pronti e a cui fatichiamo (chi più, chi meno) ad adattarci. Sicuramente ci stiamo trovando in una situazione inedita, ma in noi convivono due anime, quella privata, e quella pubblica, associativa. Ed in quest’ultima, stiamo facendo anche noi, ognuno di noi, quello che meglio possiamo? Ne usciremo cambiati. E ne usciranno cambiate anche le nostre associazioni.

E dopo? Cosa succederà dopo? Come si configurerà la crisi economica? Che conseguenze avremo? Ma è davvero così importante occuparcene ora? In fin dei conti non sappiamo nemmeno esattamente cosa significhi “dopo” e quando sarà.. Compiamo un passo alla volta, cercando di non disperdere importanti risorse, già razionate, relazionali e umane. Cominciamo ad immaginare un oggi diverso, e il domani verrà da sé… in qualche modo.

Sara Picone, Consigliere provinciale ACLI COMO