Laboratorio Sociale 20 Maggio 2019

Laboratorio sociale n.5 maggio 2019

ELEZIONI EUROPEE 2019. ELEZIONI DECISIVE

Le prossime elezioni saranno decisive per il futuro della UE. Mai l’integrazione europea è stata così in pericolo. Mai è stato così importante sostenerla.

  1. L’Europa: mai così necessaria.

Forse non sarà vero quel che dice Junker – “queste elezioni sono l’ultima chance per l’Unione”. Quel che è certo è che dal loro esito dipenderà molto del nostro futuro.

Mai come oggi l’Europa è stata fatta oggetto di critiche profonde e radicali. Messa pesantemente in discussione da molti – a tutte le latitudini politiche – e presentata come il “nemico” da cui liberarsi in fretta da alcuni – anche qui a destra come a sinistra.

Questa discussione – o questa propaganda – dimentica tre punti fondamentali.

  1. Quando si critica l’Unione Europea ci si dimentica di costatare come la gran parte delle “cose che non vanno”, degli errori e dei limiti del processo di integrazione europea non dipendano in realtà  dall’Europa, dalle istituzioni europee – Parlamento e Commissione – ma dagli Stati Membri e dalle relazioni tra loro. Al contrario di quel che si vorrebbe far credere è proprio l’insufficiente cessione di sovranità la causa fondamentale delle battute d’arresto e dei nostri giudizi negativi sulla UE. Sono le rigidità e le barriere che gli Stati Membri continuano a porre a difesa esclusiva dei propri interessi domestici ad impedire politiche europee più avanzate. La questione “migranti” ne è l’esempio più significativo[1].
  1. Discutere dei limiti delle politiche europee sin qui realizzate ci fa spesso perdere di vista che mai come oggi l’integrazione europea sia necessaria, anzi indispensabile. Fuori dall’Europa non esiste un futuro possibile per nessuno dei popoli che la compongono. Basta riflettere su alcuni temi per comprendere questa ovvietà:

– la questione demografica: nel 2050 i cittadini europei saranno solo il 6% dei quasi 10 miliardi di abitanti del mondo; la crescita demografica dei prossimi 30 anni avverrà in Africa (che raddoppierà i propri abitanti) e in Asia;
– le strategie delle grandi potenze mondiali – Usa, Cina su tutte – possono solo essere subite dai singoli Paesi europei;
– in un mondo dominato dai grandi giganti dell’economia digitale – i cui bilanci sono più grandi del Pil di molti Paesi europei – sovranità e democrazia non possono certo essere garantite a livello nazionale;
– solo una forte moneta comune come è l’euro può consentire di stare dentro le dinamiche del capitalismo finanziario mondiale.

Si potrebbe continuare. Quel che è certo è che il futuro fuori dall’Europa è un futuro di povertà e di assenza di sovranità.

Arrestare il processo di integrazione europea (o uscire da esso) significa arrestare sviluppo economico e sociale, democrazia, sovranità. 

  1. La terza cosa di cui troppo spesso ci si scorda è che. Di solito ci si limita a costatare che l’Europa abbia garantito 70 anni di pace a un continente in cui i popoli si sono uccisi per secoli per difendere o allargare i propri confini. Certo. Ma l’Europa è molto di più.

Lo dico con le parole usate da Enrico Letta nel suo ultimo saggio: fuori dall’Unione Europea

  • il welfare non è così solidaristico
  • la parità tra uomo e donna è meno applicata
  • la difesa dell’ambiente non è una priorità
  • i diritti legati agli orientamenti sessuali e quelli delle minoranze sono meno garantiti
  • la giustizia è spesso meno indipendente
  • la stampa è meno libera
  • esiste in molti paesi la pena di morte
  • i diritti degli imputati sono limitati o nulli.

Per quanti limiti possiamo trovare alle politiche europee, questo patrimonio di valori va difeso, qualificato, ampliato.

  1. Quale ruolo per associazionismo e corpi intermedi

Se l’Europa non è mai stata così necessaria e nel contempo così in pericolo allora dobbiamo necessariamente ragionare in termini di costruzione di un nuovo inizio (“Il Rinascimento Europeo” di Emmanuel Macron).
E di un nuovo inizio da costruire in una situazione di debolezza dell’Europa non solo per i “sovranismi” che la minacciano ma soprattutto per un quadro internazionale sempre più ostile date le strategie delle potenze mondiali.

Il ruolo dei corpi intermedi è decisivo proprio per questa ragione: se il “nuovo inizio” non nasce dal basso non ci sarà.
Nessuna delle “elitè” europee e nessuna delle grandi famiglie politiche europee può ricostruire una volontà politica diversa.
Il “basso” però non è il basso generico. I popoli che qualcuno evoca non esistono.
Il “basso” è il “basso organizzato”: soggetti collettivi capaci di dire la loro sui grandi temi politici e sulle grandi scelte. Capace di rappresentare interessi, passioni, orizzonti.

La società civile organizzata è chiamata a dire la sua sui modelli di sviluppo, sulle scelte istituzionali, sulle prospettive della “nuova Europa”.
Lo deve fare: perché rappresenta tanto dell’economia e della società europea.
Ma lo deve fare soprattutto perché è l’unica condizione per realizzare un “nuovo inizio”.
E lo deve fare ponendo con forza e convinzione alcuni nodi prioritari, che mi pare si possano sintetizzare attorno ad alcuni nodi di fondo.

  1. Democratizzare le istituzioni europee

Il tema centrale è quello delle filiere di comando e di assunzione delle decisioni.
La governance europea oggi funziona bene (molto bene) solo sulle grandi questioni economiche, quali quelle legate all’unione monetaria e bancaria.
Funziona bene perché ci sono luoghi e soggetti (comitati, direttori del tesoro, governatori, Bce, …) che si riuniscono, si confrontano, preparano le decisioni e i dossier che l’Eurogruppo poi approva e traduce in politiche.
E’ una governance che funziona: genera grandi opzioni politiche e strumenti adeguati per attuarle anche piegando la volontà degli Stati. Un esempio su tutti il “quantitative easing”.
Sulle questioni sociali, invece, non esiste governance europea.
Tutto è lasciato ai tavoli governativi e alle decisioni all’unanimità.

Occorre, allora, rafforzare la governance europea estendendola dalle questioni economiche alle questioni che attengono allo sviluppo e alla coesione sociale

  1. Non si può procedere oltre “a una sola velocità”.

L’allargamento dopo il crollo dell’Unione Sovietica andava fatto.
Ma è stato fatto in un modo insensato. Senza capirne le conseguenze.
E’ stata una scelta compiuta prescindendo dalla storia.
Il 2019 italiano, francese, tedesco, non è lo stesso tempo storico in cui vivono Polonia, Ungheria, Romania.
Come non può essere sovranista un popolo che si è appena lasciato alle spalle una lunga schiavitù ad un impero?
E’ normale, risponde alla loro fase storica, che quei popoli siano sovranisti, proprio come erano nazionalisti gli italiani migliori durante il Risorgimento.
Proseguire nell’integrazione europea richiede di mettere mano senza tabù a questo tema, compresa una profonda revisione dei Trattati.

Dobbiamo avere per obiettivo la costruzione di un’Europa che progredisce e questo è possibile solo prevedendo la possibilità di ritmi diversi nell’integrazione, pur lasciando aperta a tutti la possibilità di partecipazione.
E’ necessario costruire una strada per evitare che “il passo lento e diverso” degli Stati costringa tutti a fermarsi, a farci diventare tutti “sovranisti”.
Solo così si può perseguire vera e compiuta Unione Politica.
In questo contesto si deve rafforzare la centralità del Parlamento (col tema tutto italiano dell’adeguatezza dei parlamentari europei) e arrivare in fretta all’elezione diretta del Presidente della Commissione. 

  1. Non si vive solo di “fiscal compact”.

L’ Unione Monetaria è un fatto positivo ed è bene (soprattutto per noi italiani) che esistano regole comuni stringenti e vincolanti in materia di finanza pubblica.
Ma non funziona se queste sono le uniche regole stringenti e vincolanti che l’UE pone agli Stati membri.
In materia di lavoro, ad esempio, predomina assolutamente la legislazione nazionale, si registrano forti pratiche di concorrenza sleale/dumping tra Stati membri, le tutele del lavoro sono diversificate ed esistono distorsioni assurde come il distacco transnazionale del lavoro.
E’ tempo di dotare l’UE di un “Social Compact” che imponga agli stati membri una attuazione piena, ancorché progressiva e diversificata, del pilastro dei “diritti sociali”.

Servono maggiori risorse per le politiche di coesione ma soprattutto serve uno schema istituzionale altrettanto cogente del fiscal compact che affronti temi quali:

  • le misure per l’armonizzazione e la trasparenza dei contratti di lavoro;
  • la definizione del quadro di diritti e condizioni minime comuni;
  • la costituzione di una Authority su lavoro.

Utilizzando lo stesso metodo usato per “fiscal compact”: è indispensabile fissare a livello UE degli standard e delle tappe di adeguamento progressivo e graduale di lungo periodo, diversificato tra Paesi ma con meccanismi sanzionatori per le deviazioni dal percorso.

  1. Senza un nuovo modello economico non nascerà una nuova Europa.

L’Europa che abbiamo conosciuto è stata guidata da un “pensiero unico”: il neo liberismo.
Una visione dell’economia e dell’impresa a taglia unica.
Questo ha impedito di affrontare il grande tema degli squilibri crescenti nella distribuzione della ricchezza, anzi li ha peggiorati.
E’ il modello del “there is no alternative”: l’unico mondo possibile è quello in cui abitiamo; in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri; in cui il fine del fare impresa è solo e soltanto massimizzare i profitti.
Dentro quel modello – ora lo sappiamo tutti – non è possibile costruire equità e coesione sociale.
Perché le politiche sono improntate all’idea che “una taglia vesta tutti” (one size fits all): e la taglia è quella delle grandi imprese capitalistiche, del liberismo e del capitalismo finanziario.
Dobbiamo lavorare per superare questa visione.

La presenza di diversi modelli di impresa, con finalità e modalità di funzionamento differenti, che migliorano la società, arricchiscono la democrazia economica e, quindi, rafforzano al tempo stesso economia e coesione sociale.

C’è qualcosa che possiamo fare, per cambiare l’inerzia del “there is no alternative”?
Se c’è lo possiamo fare solo a livello europeo.
Se c’è assomiglia a qualcosa come riprendere contatto con la realtà e accorgersi dei guai che il “pensiero unico” ha causato, mettendosi immediatamente al lavoro per una UE che assuma come priorità redistribuire la ricchezza. Che torni a occuparsi di giustizia sociale.
Che riesca a dare un significato nuovo a parole come progresso e sviluppo, sapendo che quello che hanno avuto nel Novecento è ormai del tutto superato e quindi inutile.
Liberare le intelligenze, la creatività e le imprenditorialità capaci di portarci fuori dal pensiero unico.
Buttare via i numeri con cui questo misura il mondo (primo fra tutti l’assurdo PIL) per coniare nuovi metri e misure.
E su queste costruire un nuovo Rinascimento europeo.

Mauro Frangi, Presidente Confcooperative Insubria, Consigliere Provinciale ACLI COMO

 

[1] Davvero crediamo che sia stata l’UE a fallire sulla questione migranti? Non esistono regole, politiche, diritti comuni all’intera UE sul punto. Non esistono nemmeno regole UE sui nuovi accesi e sui ricollocamenti. La materia è stata delegata agli accordi tra stati membri. Sono loro ad avere fallito. Nessuna competenza o cessione di sovranità è stata mai permessa dagli Stati membri alle istituzioni UE. E’ uno dei temi che agli occhi della gente segna il fallimento del processo europeo. La verità è che quel fallimento – come tanti altri – non dipende dall’Europa, ma dalle scelte dei singoli paesi.