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Achille Grandi: un uomo del nostro tempo

Dossier Settembre 2026

A ottant’anni dalla morte, Achille Grandi parla ancora al presente: fede, antifascismo, sindacato e Costituzione al servizio della democrazia

Scrivere di Achille Grandi nell’anno in cui ricorre l’80esimo anniversario della sua morte, impone un esercizio di rilettura storica della figura di un uomo e di un credente che coniugò la sua fede con un instancabile impegno politico, sindacale e sociale. 

Non fu facile il tempo che Grandi attraversò, come non fu facile la sua vita prima e dopo l’esperienza parlamentare durante il ventennio dittatoriale al quale si oppose già prima dell’ottobre del 1922 eppoi negando il voto al Governo Mussolini. Alla deriva fascista che avrebbe accompagnato l’Italia fino al disastroso epilogo della Seconda guerra mondiale preferì, con parlamentari del Partito Popolare, repubblicani, comunisti e socialisti, la scissione aventiniana e l’opposizione ad un regime che non si fece scrupolo di uccidere i suoi oppositori. Il 10 giugno del 1924 toccò a Giacomo Matteotti, che con Achille Grandi condivise la lotta per l’affermazione dei diritti dei lavoratori e gli ideali di giustizia e libertà, pagare con la vita la scelta di un cammino che avrebbe condotto alla democrazia. Entrambi videro spegnersi di giorno in giorno – nelle aule del parlamento italiano – quel sogno a lungo custodito. 

Del Fondatore delle Acli non fu facile neppure la vita dentro il partito e nello stesso sindacato unitario di cui fu uno dei protagonisti principali e che continuò a pensare fino alla morte come luogo di unità di tutti i lavoratori. Nella sua esperienza di laico cristiano coltivò la virtù dell’obbedienza al Vangelo, al quale seppe rimanere fedele anche quando disobbedì alle indicazioni della Gerarchia spiegando e difendendo le ragioni per le quali si oppose al Patto Gentiloni. 

La figura di Achille Grandi, ancora oggi non del tutto conosciuta, continua a nutrire e sostenere un’idea di Paese fondato sulla Repubblica unica e indivisibile e sulla Carta che contribuì a scrivere, anche se per breve tempo, da Vicepresidente dell’Assemblea Costituente. Tra coloro che scelsero il tratto personalista della Costituzione italiana, fu certamente tra i principali propugnatori. Il contributo che egli ha dato fino al 27 settembre del 1946, data della sua morte, è stato quello di un uomo che nei suoi 63 anni di vita ha sognato, lottato e preparato la nascita di un Paese in cui i valori di democrazia, di libertà e di uguaglianza si affermassero a partire dai diritti sociali e del lavoro.  

Nella Repubblica che stava nascendo dal secolo dei regimi, al centro di ogni attenzione delle forze politiche, sindacali ed economiche avrebbero dovuto avere un posto di privilegio i meno rappresentati e la povera gente. Il solco tracciato con la Rerum Novarum nel 1891 da Papa Leone XIII divenne così la trama sulla quale si affermò nel nostro Paese il cattolicesimo sociale di cui Grandi fu tra i più convinti sostenitori. Tutto il periodo precedente alla sua elezione in parlamento nel 1919 dice di un uomo che non si stancò mai di credere in un quadro di riforme necessarie affinché l’Italia, raccogliendo il sogno che il Risorgimento aveva consegnato ad un Novecento poi consumato dalla follia delle due guerre mondiali, potesse crescere poggiando sui lavoratori e sul lavoro la prospettiva dell’emancipazione dei ceti più popolari della società.

Non vi è dubbio che Grandi fu un uomo di parte. Scelse di stare – da uomo di fede e di impegno politico – da una parte precisa della storia. Pur senza imbracciare mai le armi partecipò attivamente alla Resistenza e contribuì alla battaglia per la libertà, organizzando movimenti politici e sindacali che rappresentarono e, ancora rappresentano, il più grande antidoto ai regimi.  Sostenuto dalla fede, è stato un cattolico antifascista che nel Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo nel 1919 diede un contributo di pensiero e di indirizzo apprezzato da De Gasperi e da molte delle donne e degli uomini che contribuirono a rendere ricca e unica quella stagione della storia contemporanea italiana. 

La sua vita racconta di un uomo che non si lasciò mai affascinare da improbabili mediazioni che snaturassero il rigore etico che contraddistinse la sua intera esistenza. L’infaticabile sindacalista cattolico al quale fu colpevolmente precluso a 43 anni ogni spazio di impegno politico e lavorativo, a cui fece seguito un lungo periodo di precarietà economica, seppe rifiutare scelte di comodo che gli avrebbero sicuramente garantito una vita più agiata. A suo modo si ribellò a tutto ciò che non riconoscesse prioritaria la centralità della dignità umana. Nel rispetto di questo principio contribuì a tessere l’esperienza del sindacato unitario (Cgil) che, preparato negli anni precedenti alla liberazione e alla nascita della Repubblica, prese forma nel Patto di Roma del 1944. Per capire meglio come in una stagione in cui tutto sembrava finire, tutto cominciò, occorrerebbe partire dalle biografie di quei tre sindacalisti che seppero guardare ad un orizzonte più lungo della loro stessa vita. Un tipografo, un bracciante e un operaio meccanico, diedero inizio ad un progetto che non guardò solo alla promozione e alla tutela del mondo del lavoro, ma alla crescita e allo sviluppo della democrazia e dell’economia italiana. Sognarono un Paese moderno, un sistema di sicurezza sociale e sanitario e una nuova organizzazione delle articolazioni pubbliche dello Stato, all’altezza di una grande democrazia europea. Nulla, dopo quel sodalizio, sarebbe più stato come prima. La classe dei lavoratori, come una volta veniva definita, avrebbe preso parte alla vita democratica che dopo il referendum del 2 giugno del 1946 rese finalmente cittadini i sudditi di una monarchia recalcitrante e di un regime che aveva soffocato ogni forma di libertà. In quella lunga notte buia della storia italiana il Movimento sindacale unitario fu, al pari dei partiti e dei movimenti di liberazione, un punto fermo per la nascita della nostra democrazia. Seppure portatori di culture politiche diverse, che trovarono nella discussione sul sindacato nascente momenti di confronto tutt’altro che concilianti, il rapporto tra Achille Grandi, Giuseppe Di Vittorio e Bruno Buozzi, assassinato dai nazisti il 4 giugno del 1944, fu di straordinaria lealtà e di profondo e reciproco rispetto. Ciò che li unì, nell’Italia che sapeva ancora guardare al di là delle contingenze di parte, prevalse su ciò che li avrebbe potuti dividere. Sebbene la storia del sindacato italiano prenderà poi un’altra strada e il dibattito sull’unità continuerà a rimanere aperto, quell’intuizione resterà un punto fermo della vita della Repubblica. Poi – dall’agosto del 1944 al febbraio del 1945 – nella vita di Achille Grandi vi furono le Acli, che fece nascere perché fosse portato a compimento il disegno di crescita e di formazione sociale e politica dei lavoratori. Troppo presto le lasciò dopo averle fondate libere, autonome e con un ruolo nuovo distinto da quello sindacale e di partito. 

Come già detto la figura di Achille Grandi a 80 anni dalla sua morte apre ancora interrogativi. Nelle mutate condizioni storiche che fanno i conti con le nuove complessità del tempo che viviamo, ricordare Achille Grandi non può ridursi ad un mero esercizio commemorativo. Il suo impegno non può cristallizzarsi in un tempo definito, per quanto fecondo della storia. Grandi ha da dire ancora molto a noi e alle generazioni che arriveranno. Proprio quando nel mondo e in Europa i segnali di insofferenza per la democrazia si fanno di giorno in giorno più forti, quando lo spettro della guerra mondiale prende forma nell’arroganza di chi alla forza del diritto sostituisce la forza degli arsenali, quando i diritti umani, sociali e del lavoro sembrano regredire a un tempo da noi lontano, la Fondazione rinnova il suo impegno a divenire luogo di approfondimento e di dibattito per chi vorrà trovare un riferimento e un sostegno per rendere ogni giorno viva la Costituzione e rafforzare la democrazia. Per scongiurare, nell’era digitale, la crescita di “un tempo senza memoria”, le attività che promuoveremo e il dibattito che ospiterà il sito della Fondazione Achille Grandi, continuerà ancora ad animare la discussione politica e sociale e a occuparsi delle questioni vecchie e nuove che seguono la strada tracciata da Achille Grandi e dalle donne e dagli uomini che ci hanno affidato la Costituzione del 1947 ancora oggi largamente inapplicata. Orientati dalla profezia della pace, della giustizia sociale, della costruzione di un’Europa che rifiuta la guerra e ogni ipotesi di chiusura sovranista e si apre al riconoscimento della cittadinanza umana, proveremo a mantenere vivo il sogno del nostro fondatore. 

 

Antonio Russo, Presidente Fondazione Achille Grandi