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Cristianesimo e quotidianità nella Lotta di Liberazione

Dicembre 2025

Gli obiettivi erano tracciati nel titolo generale e in quelli specifici: non si organizza infatti un convegno, pur breve, come quello del 29 novembre, a Como, senza avere piani editoriali definiti e un intento, in senso lato “politico”, ovvero generale: è un criterio che vale sempre quando si opera come associazioni, come realtà ecclesiale, come attori di un costante impegno culturale e sociale. E non è stato senza significato avere in questa occasione, come Acli, la compagnia e la collaborazione della Diocesi di Como e del Comitato comasco per le celebrazioni dell’80mo della Liberazione.

Parlare adesso – ad evento compiuto – di un incontro che ha avuto come titolo “La Resistenza sociale a Como” e che ha precisato i propri obiettivi di ricerca con i termini di “Cristianesimo e quotidianità nella Lotta di Liberazione” significa perciò misurarsi con un lavoro, preparatorio e strutturato, che ha ricostruito, per l’ambito territoriale comasco, una interpretazione della Resistenza in grado di far memoria di quel periodo e degli eventi che storicamente la compongono, muovendo da un punto di vista relativamente nuovo e soprattutto capace di leggere sempre più a fondo i tempi e gli avvenimenti che la determinarono; tempi ed avvenimenti che, opportunamente interrogati, hanno lezioni da riportare al presente. La storia infatti – così Giovanni Bianchi – “non è scritta una volta per tutte; la storia, come ci ha insegnato Le Goff e come ci ha insegnato anche Pietro Scoppola, dipende dalle domande che le vengono rivolte; non solo da quelle degli storici ma anche da quelle dei cittadini che si chiedono “a che punto siamo?”, “dove andiamo?”, “quale futuro?”, “cosa facciamo?” … E per questo si interrogano su quale sia il passato dal quale muoviamo. L’indicazione, la sollecitazione a rapportarci in questo modo con la storia viene appunto da Giovanni Bianchi – già presidente regionale e nazionale delle Acli, parlamentare, fondatore dell’Ulivo e, poi, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani – nel corso della presentazione in anteprima del suo Partigiani senza fucile, a Cucciago, il 24 aprile 2016. Perché così – sempre Giovanni; sempre durante quell’incontro – “fare storia ha senso”: dall’oggi e per il futuro

Rispetto ai tempi e al divenire della Resistenza, perciò, il punto di osservazione contemporaneo non può che essere – ed è stato in sede di convegno – la fragilità delle democrazie e la loro difficoltà nel produrre gli anticorpi in grado di contrastare gli attacchi che vengono portati da autoritarismi, revanscismi e razzismi, dall’interno di un’epoca, l’attuale, che registra rigurgiti di ideologie violente che ebbero esiti tragici – torna persino qualche “fosca eresia”: così Pio XII sul nazismo – ma che si pone anche, secondo il tratto poetico di David Maria Turoldo, come “tempo di più raffinata barbarie”.

 

Voci e intrecci: una narrazione corale

Inoltrarsi su questi itinerari di ricerca e di interpretazione comporta, ed è aiutato, dall’andare sul territorio reale e dunque sui territori plurali delle aree che un destino avverso volle, nei primi anni Quaranta, non solo attraversate dalla guerra ma anche rinserrate nei confini del nazifascismo repubblichino di Salò.

Il quadro che ne emerge e che il convegno comasco ha puntualizzato all’oggi mostra un comporsi della Resistenza in dimensioni più ampie, corali, partecipate di quanto usualmente sia stato colto di tempo in tempo negli otto decenni trascorsi: un movimento corale, di popolo, organizzato in armi nelle Brigate, nelle Squadre e nei Gruppi d’azione che conducevano azioni militari e di sabotaggio affiancando le truppe alleate in risalita dal Sud del Paese, ma anche un insieme di presenze di supporto, sostegno aiuto logistico tanto alla lotta armata quando alle attività di “salvamento” di persone in pericolo; il termine che oggi in uso per l’aiuto in mare ai migranti della disperazione indicava allora l’attività clandestina per nascondere renitenti alla leva e persone di appartenenza ebraica, militari sbandati, partigiani a rischio e le famiglie perseguitate per sospetto di connivenza o per propri componenti coinvolti nella Lotta di Liberazione.

L’articolazione ampia di questo muoversi quotidiano è stato narrato e documentato dall’interpretazione di Agostino Giovagnoli, il docente di Storia contemporanea forse più addentro a questi studi e alla presenza storica del cattolicesimo organizzato prima, dopo e durante gli “anni lupi” del fascismo italiano: una presenza di Chiesa e di cristiani, strutturata o anche soltanto  volontaristica, impegnata – Turoldo, Turoldo ancora: ripreso da Giovagnoli – orientata dalla “scelta dell’umano contro il disumano”. Non mancarono allora problemi di coscienza nell’imbracciare le armi, in quanti lo fecero; né queste furono difficoltà morali dei soli credenti. Ma in gruppi combattenti di orientamento cattolico – le Brigate Popolari o le Fiamme Verdi – così come in presenze cristiane all’interno di gruppi ad orientamento ideologico “mescolato”, non pochi credenti combatterono in azioni di guerra.

A queste azioni, alle conquiste di territorio – sino alle Zone liberate e alle Repubbliche partigiane – furono sostegno i territori, le parrocchie, le associazioni ecclesiali salvaguardate dalla fascistizzazione, i preti delle valli e delle colline, del lago e delle montagne di una provincia, quella comasca, ampia e di una diocesi ancora più estesa: non a caso nell’intervento del vescovo di Como – il cardinale Oscar Cantoni – sono risuonati nomi e riferimento alle terre della Valtellina e delle montagne di Sondrio. Il tutto in uno sguardo in cui la Resistenza era “essenzialmente rivolta dello spirito non contro altri uomini ma contro una spaventosa concezione dell’uomo e della storia sovvertitrice dei valori più alti dell’esistenza” che, dunque, ha affermato monsignor Cantoni, “non poteva… che costituire il luogo della presenza e dell’opera dei laici cattolici e dei preti”.

Di questa intensa partecipazione, che dice di una Resistenza ancora di più di popolo, ancora più intensamente intrisa di impegno e assunzione di rischi nel quotidiano, alcuni aspetti sono finiti in secondo piano: tanti preti “il più delle volte – ha commentato il cardinal Cantoni – non hanno raccontato le esperienze vissute e condivise con la gente   nel tempo dell’oppressione e in quello della Resistenza; non lo fecero per negligenza ma perché nella loro umiltà non amavano apparire

Così, senza volerlo, hanno sottratto un patrimonio di conoscenze che pazientemente gli storici sono riusciti a riportare alla luce”.

Né queste ricerche né, soprattutto, le relazioni nel convegno comasco del 29 novembre si sono però proposte come rivendicazione. Sono state e sono letture di una memoria condivisa da affidare, come guida, ad un tempo in cui solidarietà, spirito di giustizia e criteri di umanità paiono sul punto di smarrirsi, quando invece è la speranza il terreno nel quale è giocoforza, e necessità, incamminarsi secondo l’ultima grande indicazione lasciataci da Francesco con l’indizione del Giubileo – Peregrinantes in spem – pur con tutte le consapevolezze delle difficoltà esistenti e del rischio che ci si deve assumere: adesso come allora.

 

Testimoni e testimonianze

Le testimonianze infatti, anche in forma di documentazione televisiva, raccolte negli ultimi trent’anni (alcune anche da parte da chi qui ora ne scrive) e proposte in sede di convegno, consentono di verificare – occhi negli occhi – quanto quei “giorni del rischio” fossero vissuti e assunti consapevolmente come base del proprio operare: è stato documentato un parroco – il racconto è di una nipote allora adolescente – che, in quel di Cucciago, disdice il proprio abbonamento al “quotidiano cattolico” perché poco critico col regime, che poi fa da appoggio per il rifugiarsi di famiglie ebraiche sfollate da Milano e si preoccupa di metterle in allarme al crescere di pericoli maggiori (avvertito, per altro, dai carabinieri che evidentemente “sapevano” ma erano parte di quello sgretolarsi del consenso al regime) e che infine si scaglia – urlando “assassini” – contro la Brigata nera che ha compiuto un eccidio nel Dopolavoro (fascista, certamente, e però ormai divenuto base per l’espatrio di chi doveva rifugiarsi in Svizzera). Né è mancata la voce raccolta nel 1983 in un monastero di clausura in Assisi, di una suora già allieva, da ragazza, di un prevosto sestese, di origine brianzola, fondatore di associazioni e banche nel canturino, che era divenuta segretaria del Direttore della Magneti Marelli a Sesto San Giovanni e contemporaneamente figura di rilievo nella Fiom clandestina della Resistenza sestese. Di quel prevosto è certo il ruolo di cassiere del CLN di Sesto e certa la funzione di fiancheggiatore della Resistenza misurata anche nel nascondere armi nel sottopalco del teatro parrocchiale e nella “Grotta di Lourdes” dell’oratorio. Di quella ragazza del secolo scorso è certa l’attività nel tutelare operai e dirigenti, anche in maniera avventurosa, all’arrivo delle squadracce in fabbrica… Poi la scelta non del Parlamento – che sarebbe stato alle viste – ma della clausura nelle Collatine francesi con nome di Suor Saint Jean de la Mere de Dieu.

Sono queste le testimonianze che hanno dato, con qualche emozione, voce e volto alla ricostruzione delle presenze cristiane, tutte o quasi provenienti dal cristianesimo sociale, clandestino – Le Aquile Randagie e l’organizzazione Oscar – o tollerato dal regime ma operante sotto traccia, di cui Beppe Livio ha tracciato la presenza nell’ambito comasco/brianteo rapportandolo al quadro nazionale: uno sguardo che ha consentito di approfondire, per quanto riguarda l’attività dei preti, che questa risulta concentrata in forme di aiuto materiale alle famiglie e a chi era in armi, di assistenza ai partigiani ed agli antifascisti in fuga e, sempre, come tutela dei propri parrocchiani; ma che ha anche potuto registrare una tendenza di contrasto al fascismo che risale già agli anni Venti/Trenta; non a caso don Carlo Scacchi, prete diocesano, poi molto attivo nel periodo resistenziale già era stato inviato al confino: ad Amalfi.

Molti dati, nella ricerca che ha impostato il convegno, sono stati derivati dall’Archivio diocesano, dalle memorie di Mario Martinelli – figura della DC in Parlamento e Ministro, figlio di uno dei Popolari compagni di lotta di Achille Grandi agli inizi del secolo scorso – e da un remoto momento di studio, datato agli anni Cinquanta, dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani, svoltosi (singolarmente) a Como. Un convegno d’allora che nel convegno dell’oggi ha trovato la sua prosecuzione anche con un intervento specifico.

Ultima voce ad intervenire è stata infatti quella di Luisa Ghidini, del Consiglio Nazionale ANPC, che potuto ricordare, com’è accaduto per ciascuno degli altri interventi, nomi su nomi di persone, uomini e donne che, in forza della fede, si sono trovate a combattere nei molti modi di una Resistenza diffusa e quotidiana, ed ha poi aggiunto una nota su quei giovani che rifiutarono il fascismo delineando – la citazione è da Stefano Contini - “una specie di plebiscito da parte di una generazione che non aveva mai partecipato a consultazioni elettorali” e che tuttavia seppe scegliere nella consapevolezza – ancora Luisa Ghidini - che non si poteva continuare a combattere per sostenere un regime che sempre più limitava la libertà di pensiero.

 

Perpetue e Costituenti

In aggiunta alla lettura, pure emersa nel corso dei lavori, di questi preti indicati, con lessico gramsciano, come “intellettuali organici” della Resistenza quotidiana perché formati nell’orizzonte della Rerum novarum e perciò del cristianesimo sociale, la rappresentante dell’ANPC ha posto una nota solo apparentemente figlia di questo nostro tempo: la presenza attiva delle perpetue, “figure molto importanti in quel periodo buio nelle canoniche, con un ruolo nascosto e rilevante… Le perpetue… si preoccupavano di nascondere, sfamare, vestire e curare chi aveva bisogno”.

E si è così tornati alla quotidianità, alla concretezza, all’umanità più semplice contrapposta alle disumanità diffuse, passando attraverso un caleidoscopio di narrazioni che Paolo Bustaffa, figura di salda formazione e di capacità giornalistica certa, ha regolato e fatto reggere in sede di convegno integrandole con propri ulteriori contributi di merito, tanto in introduzione quanto nei raccordi e nei passaggi con cui ha legato i diversi interventi.

La prospettiva che può aprirsi dopo un’occasione di rilevante interesse storico e culturale è ora quella di seguire le tracce ed il confluire di molte di queste tematiche nel tempo, nel luogo e nelle speranze dell’Assemblea Costituente, aperta con l’opzione istituzionale per la Repubblica come forma dello Stato in quel Referendum del 2 giugno 1946, che registrò 89% dei votanti sugli aventi diritto, e che – per tornare al territorio –  nella Circoscrizione Como/Sondrio/Varese vide l’elezione (sei Costituenti per la DC) di Giovanni del Curto ed Ezio Vanoni a Sondrio, di Celestino Ferrario e Mario Martinelli a Como, di Luigi Morelli e Enrico Tosi a Varese; gli eletti socialisti – cinque, con la sigla Psiup – furono Lelio Basso, Adriano Bernardi, Francesco Buffoni, Enrico Mariani e Riccardo Momigliano; per il Pci venne eletto Giancarlo Pajetta. A questi sono da aggiungere altri quattro comaschi d’origine e di storia politica locale: Edoardo Clerici, Achille Grandi e Tommaso Zerbi per la Dc (a Milano) e Nicolò Carandini per l’Unione Democratica Nazionale (Liberali e D.L); tutti – il cenno è stato di Beppe Livio, nel corso dei lavori del 29 novembre, “uomini della Resistenza, in gran parte membri del CLN… Uomini con culture politiche diverse uniti nella volontà del «mai più guerre e mai più col nazifascismo».

È da questa storia che bisogna ripartire: ancora di più nell’oggi.

Renzo Salvi, Docente di storia della televisione e già Capoprogetto di Raicultura