Donne inattive: ACLI Lombardia presenta i risultati dell’indagine
Giugno 2026
Mercoledì 20 maggio 2026 presso la sede di Acli Lombardia si è svolta l’iniziativa
"Le ragioni dell'inattività femminile. Comprendere per attivare", dove sono stati presentati i risultati dell’indagine sulle donne inattive, realizzata negli ultimi mesi da Acli Lombardia in collaborazione con ALMED (Università Cattolica del Sacro Cuore, con il supporto di CREDEM.
Si è parlato di un tema che molti di noi conoscono bene, anche attraverso l’esperienza quotidiana nei territori, e che i nostri volontari degli Sportelli Acli Rete Lavoro incontrano spesso durante i colloqui con le utenti: le difficoltà che tante donne vivono nell’entrare, rientrare o restare nel mondo del lavoro.
Un tema particolarmente importante, anche per una provincia come quella di Como, dove il lavoro sembra non mancare, ma dove molte donne restano ancora fuori dal mercato occupazionale.
Nei saluti istituzionali, quello dell’Assessore regionale Simona Tironi, che ha parlato dei vari servizi messi in campo da Regione Lombardia, in primis la misura “Lombardia per le donne”, per la condivisione tempi e vita-lavoro, aperta a chi lavora, con il contributo mensile di euro 400 per assunzioni caregiver. Dalla sua apertura del 3 febbraio scorso, in tre mesi 297 le domande di cui 227 già ammesse.
Chiara Giaccardi, sociologa presso l’Università Cattolica, ha proposto una riflessione sul concetto di attività e inattività, sottolineando il peso invisibile della cura, che non deve considerare la donna inattiva. In epoca di iper-tecnologizzazione, il concetto di cura è una postura di vicinanza, basata sul coinvolgimento attivo, sui legami, che si oppone al concetto scientifico di astrazione, efficientizzazione, ottimizzazione, pericolosi se diventano atteggiamenti legittimati socialmente. Dalla prospettiva della cura si osservano dimensioni essenziali. Pertanto, questo deve essere complementare e reciproco al pensiero dominante della governabilità e del controllo; devono coesistere per poter bilanciare.
Cuore dell’incontro, la presentazione della ricerca dedicata alle ragioni dell’inattività femminile, con il contributo scientifico di Vera Lomazzi, prof. associata di Sociologia Università di Bergamo e Sara Sampietro,coordinatrice dell’Osservatorio Opinion Leader 4 Future. La ricerca è stata effettuata su 1000 donne lombarde suddivise in quattro fasce di età.
La fotografia mostra un’ampia fetta di inattività annidata soprattutto nel carico di cura che copre il 45% delle donne intervistate, scendendo al 15% tra le donne qualificate in fase di ricerca attiva.
Il ruolo attribuito a sé e al lavoro, mostra oltre il 40% delle intervistate che sostengono di riuscire a trovare attività soddisfacenti anche senza il lavoro retribuito, ma circa il 35% che considera il lavoro come occasione per un contributo alla produttività e al benessere della comunità.
Estremamente significativo il dato attribuito alle necessità individuate per l’immissione nel mercato del lavoro tra il primo e il secondo bisogno individuato si pone, con percentuali tra il 34 e il 54% delle intervistate, quello di corsi di formazione professionale e di aggiornamento.
Individuando poi, stabilmente al primo posto con oltre il 40% delle rilevazioni su tutti i cluster, come primo ostacolo, i costi elevati della formazione professionale, che ne impediscono l’accesso e la fruizione. Quest’ultimo dato ha portato alla scelta di proporre due Tavolo Rotonde.
La prima ha analizzato la fotografia della ricerca, messa in dialogo con buone prassi e quotidianità imprenditoriale, specie guardando alla compatibilità tra vita personale e professionale, affrontando questioni decisive come conciliazione, qualità del lavoro, formazione permanente e innovazione delle misure di inserimento lavorativo.
La seconda tavola rotonda ha affrontato le misure in campo e quelle immaginabili, per rompere gli schemi dell’inattività femminile proprio partendo da una formazione professionale, continua e accessibile.
L’inattività femminile non è solo una questione occupazionale, ma una sfida culturale e sociale che riguarda il futuro della Lombardia. Comprendere per attivare significa costruire strumenti nuovi, più aderenti alla realtà delle donne, capaci di coniugare lavoro, formazione e qualità della vita.
L’indagine mette in luce un aspetto decisivo: spesso l’inattività femminile non dipende da una scelta libera, come dovrebbe essere, ma da ostacoli concreti. Pesano soprattutto la fatica di conciliare lavoro e famiglia, la mancanza o insufficienza di servizi per l’infanzia, per le persone anziane e per i familiari non autosufficienti, e una distribuzione del lavoro di cura che continua a ricadere in gran parte sulle donne.
La presentazione è stata un’occasione per riflettere insieme su condizioni che limitano l’autonomia femminile e la partecipazione al lavoro, ma anche per ragionare sulle risposte possibili: servizi più accessibili, reti territoriali più forti, politiche sociali più attente e una maggiore condivisione delle responsabilità di cura dentro le famiglie e nelle comunità.
Per le ACLI, questo tema riguarda da vicino la giustizia sociale, la dignità del lavoro e la qualità della vita delle persone. Per questo l’incontro è stato non solo un momento di restituzione dei dati, ma anche uno spazio di confronto e di impegno comune.
Marina Consonno e Roberta Brunati
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