Il “nostro” Achille Grandi: con Giorgio Cavalleri, dialoghi di una vita
Dossier Settembre 2026
Se Achille Grandi diventa “nostro”, nel corso del tempo, il merito è di Giorgio Cavalleri. Certo, Achille Grandi è uno dei nostri padri fondatori, insieme a Pastore, a Gronchi e a molti altri; insieme a quel Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana che rispondeva al nome di Giovan Battista Montini. Grandi è alle radici delle Acli. Ma Giorgio lo fa diventare “nostro” quando lo porta oltre il ricordo, al di là della – pur più complessa – sola memoria, fuori, soprattutto dalle commemorazioni. Grandi inizia a diventare “nostro” quando la sua figura viene portata a misurare la concretezza dei fatti in ciascuno dei momenti, successivi alla sua vita, in cui ci si trova a vivere; quando la forza simbolica che emerge dalla sua vicenda umana e politico/sociale viene portata a confronto col presente. Papa Francesco utilizzava un termine apparente brutale per indicare questa modalità: “sbattere”; diceva che era necessario, che si doveva portare il Vangelo a sbattere contro i fatti e i fatti, gli eventi, la storia a sbattere contro il Vangelo. Grandi, la sua figura, la sua storia e la sua ispirazione diventano tanto più nostri quanto più vengono portati a cozzare con le concretezze e le problematiche del presente, ovvero di ciascuno dei nostri tempi. Serve però un innesco per arrivare a tanto: un’occasione che si carichi di significato e che generi un processo di lungo termine. Serve qualcosa che in remoti Corsi teologici aclisti, tenuti nella Sala ‘don Milani’ delle Acli comasche, un allora giovane teologo di nome Chino Biscontin descrisse con la metafora del calore che dalla mano di Gesù si trasmetteva, di mano in mano, attraverso le generazioni, sino alle nostre mani, perché noi lo si potesse percepire. Grazie a Giorgio, e per un evento di apparente casualità, noi abbiamo avuto un passaggio simile a questo tra Achille Grandi e le nostre generazioni. Né basta: lo abbiamo avuto attraverso un solo ‘grado di separazione’, un solo passaggio. Quasi direttamente. Il racconto di quel primo contatto è in un intervento televisivo di Giorgio Cavalleri nel programma Achille Grandi. Un uomo quotidiano[1] del 1983.
L’incontro con Maria Crovato Grandi
«Nel 1961 avevamo fatto nascere a Cantù, insieme a Luigi Grisoni e ad alcuni altri, una scuola professionale dedicata ad Achille Grandi, che allora non era molto ricordato; direi anzi che fosse abbastanza dimenticato – racconta un Giorgio poco più che quarantenne, ripreso in una strada di Como dalla telecamera Rai – e nell’occasione avevo conosciuto sua moglie; ricordo che ne ero stato molto colpito, perché era una donna già avanti d’età, sull’ottantina, molto semplice, gentile, tanto modesta da parere quasi dimessa, che viveva in un piccolo appartamento nelle case popolari alla periferia di Como.
Era una donna che guardava dritto negli occhi. Un giorno mi ha guardato in questo modo diretto e – parlando in dialetto – mi ha detto: “El ma de faà un piasé: el def andaa al cimiteri a truvà el me marì”; diceva, insomma, di essere ormai vecchia – in quel momento aveva già passato gli 85 anni – e di non riuscire più ad andare al cimitero a “trovare” il marito (a far visita, in buona sostanza, a pregare sulla sua tomba). Ricordo di essere andato, quella prima volta, in un pomeriggio e di essere rimasto piuttosto colpito dal fatto che quella tomba era completamente spoglia – non c’era un fiore – e piuttosto polverosa. In quel momento avevo detto tra me e me: “Insomma, povero Achille Grandi… qui dobbiamo fare di tutto perché tu possa essere ricordato di più”. In un’altra occasione, poi, dopo molto tempo, sempre in uno dei pomeriggi in cui ero passato a salutarla e a farle visita, mi ha detto: “Ho deciso che tutti i libri che mi sono rimasti di Grandi, e le lettere e le foto, le deve tenere lei; perché così quando sarò morta, sunt sicura che lu hi a ten de cünt...»
Su quel programma televisivo, su quei temi, sugli eventi che lo avevano generato e che vi si specchiavano, si dovrà tornare perché riguardano le attività culturali, sociali e di comunicazione che– senza troppi miti, riti e detriti celebrativi – sarebbero state realizzate a Como, dalle Acli provinciali, per l’occasione del centenario della nascita di Achille Grandi.
Giorgio in quel suo intervento rimanda però ad un avvenimento del 1961: all’innesco, appunto, che apre ad un modo radicalmente nuovo di “riandare” alla figura di Grandi e della sua storia.
In precedenza per le occasioni anniversarie di Grandi o sulle scansioni decennali dei tempi di fondazione aclista, in sale cinematografiche o in piazze comunque gremite di folla e ridondanti di cartelli e bandiere, proprio a Como erano passate figure di gran rilievo, d’allora e successive, della politica nazionale: da Gronchi a Pastore, a Fanfani, a Scalfaro a Labor… A Roma sono documentati gli interventi di Saragat e De Gasperi[2].
Quello che l’intervista racconta, nella sua conclusione, è però qualcosa di diverso ed è l’inizio di un modo “altro”, configurandosi come una sorta di chiamata e di scelta morale, personale, da parte di chi da poco s’era trovato coinvolto in un avvenimento come l’intitolazione di un Centro di formazione professionale. Una chiamata che porterà a nuove, più articolate forme di ricordo, alla costruzione di una memoria comune, guardando dai problemi sociali e politici, culturali, sindacali, di formazione che la storia andava via via ponendo.
All’interno dei corsi per giovani lavoratori, apprendisti, futuri operai specializzati di quello stesso Centro si porrà, ad esempio, dalla metà degli anni Sessanta, l’esigenza concreta di dare fondamento storico e sociale ai percorsi didattici e pedagogici, ma soprattutto di radicare eticamente la crescita umana responsabile degli allievi: di dare radici, insomma, alla formazione e non di pensare soltanto all’istruzione professionale di quei giovani, futuri lavoratori.
Qui – è ancora Giorgio Cavalleri a riferirlo – diventa opportuno riprendere ‘il tema’ Achille Grandi in maniera diversa, con finalità non soltanto celebrative, altre rispetto al passato e soprattutto con un obiettivo bene individuato. Il dato morale – “povero Achille Grandi…” – si incrocia quindi, in un primo momento, con un’esigenza concreta, di carattere educativo.
Un’intervista televisiva del 2015 ha consentito di ricostruire quel passaggio di attenzione
La domanda era stata posta a Giorgio in questi termini: “Parliamo allora della tua riscoperta della figura di Achille Grandi che va un po’ in parallelo, e probabilmente determina anche, la riscoperta che le Acli e la Cisl – tu lavori a cavallo di queste due organizzazioni per un certo periodo – fanno della figura di Grandi tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta Come avviene questo processo? Il tuo percorso con Grandi e il percorso delle ACLI nei confronti di questo che sino ad allora configurava – come talvolta dici – il mito fondatore o poco più?”.
La risposta ricostruisce i primi passaggi di una nuova, motivata attenzione.
Parliamo di Achille Grandi: un libro e la sua storia [3]
«Rispetto a quello c’è un primo elemento da chiarire: la figura di Grandi, almeno secondo noi, anche secondo altri, non era emersa per nulla dalle biografie[4] pubblicate nel 1960.
Noi allora, per assurdo – osservando da adesso: e questo dimostra anche quanto eravamo ingenui – abbiamo pensato di “partire dal basso”: era una convinzione e uno slogan di quel periodo. Il ‘Piano di studi’ che forse non si chiamava ancora così del Centro di Formazione Professionale “Achille Grandi” di Cantù prevedeva le lezioni di cultura civica generale per gli apprendisti e in quelle ore parlavamo anche di Achille Grandi, ma proprio in termini assolutamente elementari. Alla fine del 1968, insoddisfatti, appunto, di come veniva ricordato Grandi nei libri di storia e nelle biografie, abbiamo deciso di fare un piccolo libro “nostro” che parlasse di lui, non solo per ricordarlo ma partendo da quell’esigenza di tipo educativo. Il nostro Parliamo di Achille Grandi l’abbiamo poi pubblicato nel 1969, naturalmente a nostre spese.
Riguardandolo oggi fa un po’ sorridere; sembra a noi stessi un po’… puerile forse.
Ma in fondo quelle pagine non erano e non sono altro che le lezioni fatte agli apprendisti: a quegli apprendisti che allora ci guardavano qualche volta un po’ allucinati, mentre ne parlavamo, anche se noi insegnanti ci illudevamo che magari capissero o che avrebbero capito in seguito quella figura. Dunque non abbiamo fatto altro che mettere in bella copia quelle lezioni. Però è anche da dire che quando l’abbiamo presentato è stato molto apprezzato dagli amici delle Acli proprio perché era semplice. Ci dicevano che finalmente capivano un po’ questa figura che sino ad allora era stata prevalentemente soltanto ricordata-
Paradosso per paradosso, poi, accade anche che nel 1973, mi viene chiesto dalla Cisl regionale di creare la loro struttura di formazione professionale in Lombardia, cosa ho fatto per un turno congressuale dal 1973 al 1977. La proposta mi arriva da Paolo Sala, che era già stato Presidente provinciale delle Acli comasche, che quindi conoscevo e che in quel momento era Segretario regionale della Cisl. Nel primo incontro con la dirigenza della Cisl Lombarda, che allora stava costruendo la sua struttura regionale, quel libriccino riaffiora perché Sala lo mostra agli altri presenti dicendo, con un certo malcelato orgoglio ‘comasco’: “Questo mi sembra un buon biglietto di presentazione”. Ripensandoci oggi davvero mi trovo a sorridere tra me e me, perché è un libro modestissimo. Ma ancora non basta perché mentre sono impegnato in quell’incarico accade pure che, in nome di quel libro vengo contattato da Walter Tobagi, del quale poi son diventato anche amico. Tobagi stava scrivendo in quegli anni quella che, secondo me, è la biografia più azzeccata, più significativa e comprensibile di Grandi, calata negli avvenimenti del mondo e nel contesto sociale d’allora. Nel primo incontro con lui gli avevo pur detto che, di Grandi, io non ero andato oltre la modestia di quelle pagine, ma dal momento che mi ero trovato ad avere – per dono di Maria Crovato Grandi – anche parecchie foto, che a lui erano molto piaciute, abbiamo fatto insieme un libro di documentazione, con notizie e fotografie immaginandone una serata di presentazione, che però si era trasformata in qualcosa di più: in un convegno – il primo di quella fase di recupero di Grandi – di portata molto ampia.
Diventando amici era diventata una consuetudine trovarci di tanto in tanto: Tobagi abitava vicino alla sede della Cisl regionale a Milano: ci si vedeva a casa sua o negli uffici Cisl in via Torino. Viene da queste chiacchierate la puntualizzazione che poi abbiamo molto rilanciato su Grandi figura mitizzata e però poco o male studiata, mai approfondita, sino ad allora, e perciò da analizzare meglio. Proprio in occasione di quel convegno avevo fatto un articolo per il giornale delle Acli comasche che era stato molto messo in evidenza – con foto e titolo in copertina: forse era stata opera tua, questa – che riprendeva quei discorsi e titolava, con decisione, su “Achille Grandi tra mito e storia”. Erano discorsi che a me venivano da quelle conversazioni e che poi sarebbero stati ripresi a livello nazionale da Domenico Rosati quando aveva parlato di un Grandi sempre celebrato ma mai studiato».
Nell’intervista del 2015, dalla quale provengono le poche battute stralciate che precedono, realizzata per un Dvd[5] allegato al volume Parole nella storia. Nel ricordo di Achille Grandi, vengono introdotti i nomi di Walter Tobagi e di Domenico Rosati a proposito dell’annotazione sul Grandi ‘commemorato’ ma poco ‘studiato’. Si può allora annotare, pro veritate, come già in tempi precedenti ci si era già premurati, insieme a Giovanni Bianchi, di scrivere che Grandi era stato molto celebrato e poco conosciuto e soprattutto, “molto evocato e poco interrogato a partire dai problemi del presente”: a partire, cioè, da quei molti “oggi” che si susseguono nella storia e che toccano le vite concrete di generazioni successive.
Tra sbandamenti e crisi: per la democrazia
Il nome di Walter Tobagi si può però porre a fulcro di alcune delle emergenze politiche e sociali che incalzano il Paese in quegli anni. E si può iniziare ripartendo da Como e tornando a Giorgio Cavalleri. Grazie ai contatti con Giorgio accade infatti che Walter Tobagi sia ospite delle Acli e della Cisl a Como, ancora nella Sala don Milani, il 29 ottobre del 1976: a tema le sue ricerche storiche su Grandi e sulle vicende del sindacalismo italiano; il titolo della relazione suona: “Achille Grandi e l’unità sindacale”. L’incipit di serata definisce un criterio che fa da premessa ad una visione: “In Grandi è strettissimo il nesso tra religiosità, impegno sociale, impegno politico. Grandi non è un teorico né un ideologo. È un militante, un dirigente politico e sindacale che fa derivare l’ideologia, se così possiamo chiamarla, dalla prassi, dall’esperienza concreta, dall’impegno quotidiano. Ed è in tale impegno nelle cose, nei fatti, nella prassi concreta che si deve ricercare la sua concezione del sindacato e dell’unità sindacale”.
È una sera di pioggia. Tobagi si avvia a piedi da via Natta a Porta Torre; non ha scorta pur essendo, probabilmente, già nelle attenzioni del terrorismo. Verrà ucciso anni dopo, il 28 maggio 1980 da un commando terroristico di sinistra denominatosi “XXVIII marzo”, composto da figli della borghesia milanese. Sono anni difficili, tesi, drammatici: di terrorismo e di morte. Persino le organizzazioni di massa ‘classiche’ come il sindacato ne vengono squassate. Nel 1977, il 17 febbraio, ad opera di gruppi del “nuovo movimento” del Settantasette, diverso da quello sessantottino, era stato impedito a Luciano Lama, Segretario generale della CGIL, di tenere un comizio all’università di Roma. Sullo sfondo la “strategia della tensione” già aveva messo in sequenza le sue stragi e aveva infiltrato, deviandoli, molti apparati dello Stato mentre il terrorismo ne stava sviluppando dinamiche e tragedie; già era venuta meno – facendo perno sul 16 marzo 1978 – col rapimento di Aldo Moro e la sua uccisione dopo 55 giorni, la visione del “compromesso storico”, con un rapido smarrirsi dell’operatività del governo di unità nazionale definito della “non sfiducia”. Si preannuncia la prima crisi generale dei partiti politici definiti nel dopoguerra come “la democrazia che si organizza” (il lessico è togliattiano) che corrisponde – secondo le parole di Giorgio La Pira alla Costituente – “ad una visione organica dello Stato … ed anche ad una particolare visione della dottrina cattolica”[6].
La seconda metà degli anni Settanta configura un tempo in cui paiono divergere esiti elettorali e criteri della convivenza sociale e di regolazione dei rapporti economico. A fare argine al deterioramento dei rapporti sindacali, iniziando dai mondi della Fiat, non basterà neppure l’intervento battagliero di Enrico Berlinguer, il 26 settembre 1980 ai cancelli di Mirafiori; una risposta che risulterà vincente da destra, contro il movimento progressista, sarà la cosiddetta Marcia dei quarantamila del 14 ottobre seguente, sempre a Torino, con “i quadri” Fiat in prima fila. Non per caso, dunque, con le Acli comasche, con le Acli regionali della Lombardia, all’inizio degli anni Ottanta si lavora, di pensiero e di pratica sociale, sulle radici della democrazia: a Como in particolare sui temi degli ambiti intermedi di democrazia: dalle Amministrazioni locali ai Consigli di fabbrica e alle rappresentanze sindacali, dai consigli di quartiere sul territorio, alle Commissioni comunali, agli Organi collegiali nella scuola, alle Assemblee e ai Comitati di gestione in ambito sanitario…
In termini generali la tematica – noi inconsapevoli – già era definita in termini maturi, soprattutto per rapporto al territorio, nel Dossetti costituente e, per radice remota, nel municipalismo del primo Sturzo politico oltre che nelle tematiche del ‘comune socialista’ di Turati, Prampolini e di Andrea Costa all’inizio del Novecento.
Ancora una volta, sempre su livelli generali molto più ampi di quanto non fossero le esigenze per la formazione professionale, ciò che spinge e conduce a rivisitare la figura e l’azione di Achille Grandi è un intreccio tra la dimensione etica – ovvero la necessità di un agire morale in pubblico: ché questa è la politica – e la concretezza: in questo caso il bisogno di salvaguardare democrazia istituzionale e convivenza civile.
Tra ricerche e proposte
Con Giorgio Cavalleri, con molti altri nei mondi aclisti e sindacali, si continua ad operare su questi fronti anche in termini di ricerca e di elaborazione politico-culturale andando verso il centenario della nascita di Grandi sino ad approdare a eventi, ricerche, studi e proposte che distendono lungo l’intero 1983. Si guarda a Grandi, all’organizzazione cristiano/sociale del primo Novecento, poi alle fasi della clandestinità e della Resistenza, infine al muoversi della nuova democrazia. Pubblicazioni e attività formative oltre che giornalistiche forniscono tracce di questo muoversi consapevole ed orientato. Giorgio Cavalleri propone e poi organizza la pubblicazione del lavoro di ricerca condotto da Giuseppe Gini con titolo La formazione del pensiero politico di Achille Grandi[7]: ne sortirà uno dei “Quaderni del Lavoratore Lombardo” – ovvero delle Acli regionali della Lombardia – con presentazione dello stesso Giorgio ed esordio in pubblico a Como, nella sala che è in quegli anni una sorta di fucina delle proposte acliste, nel Centro Culturale don Lorenzo Milani, di via Natta.
Per la collana dei “Quaderni di Realtà sociale” già si era realizzato il volumetto Achille Grandi e l’antifascismo delle Leghe bianche[8], una puntuale raccolta di documenti curato da Giuseppe Longhi (la prefazione è qui di Giovanni Bianchi) e sul tema già s’era esercitata la Tesi di laurea di Roberto (Nic) Albanese. Nell’ambito delle iniziative “1883-1983. In memoria di Achille Grandi” – spesso col sottotitolo “La ricerca delle Acli” – si commissiona anche e si edita il lavoro storico Achille Grandi a Como, Cristianesimo sociale e movimento sindacale nel primo Novecento[9] di Giuseppe Longhi, mentre telecamere Rai, per la rubrica di RaiTre “Il filo del lavoro” raccolgono elementi – non solo informativi, non solo giornalistici – che andranno a comporsi nel programma Achille Grandi. Un uomo “quotidiano”[10] (per la cura e la conduzione in video di chi qui ne scrive) proposto in onda nazionale su RaiTre e, diviso in due parti di 30 minuti ciascuna, anche nell’emissione regionale lombarda della stessa rete. Il programma televisivo, rivisto ora, a distanza di tempo e di contesti, fa da sintesi e sommario del ‘programma’ degli eventi. Tavole rotonde, incontri pubblici, conferenze e convegni si susseguono tra il 17 settembre e il 5 novembre 1983. Ci si misura su “Testimonianza cristiana e laicità (con Azione Cattolica, Agesci, C.L. e Acli nazionali), su “Crisi del sistema politico e nuova rappresentanza del sociale” con docenti universitari e col Ministro di Grazia e Giustizia (Mino Martinazzoli), su “I cattolici nella società italiana: evoluzione e trasformazione di una presenza” (con saggisti e docenti di teologia), sul tema “Governare nella crisi: dalla cultura della rivendicazione alla cultura della gestione” (con Giovanni Bianchi, presidente delle Acli Lombarde ed Eraldo Crea, segretario confederale della Cisl)… Una giornata di studio è dedicata al tema “Missione e testimonianza nel mondo e tra i lavoratori (con figure della Pro Civitate Christiana e della Comunità benedettina di Camaldoli) e si conclude con un incontro assembleare di massa con la presenza e l’intervento del Presidente nazionale delle Acli (Rosati), del Segretario generale della Cisl (Carniti), del Segretario generale della Uil (Benvenuto) e di un Segretario confederale della Cgil (Terzi).
Della mostra itinerante di quell’anno, con titolo Achille Grandi e il movimento dei lavoratori a Como nel primo ‘900 rimane ancora traccia in un libro/catalogo di NodoLibri per le Acli e l’Associazione Achille Grandi di Como, edito alla conclusione delle iniziative[11].
Ma quanto e come Achille Grandi diventi “nostro” per queste strade viene documentato e focalizzato – con scritture progettuali e descrittive delle intenzioni e poi di cronaca degli eventi – in testi accostati o a firma congiunta, che compaiono in quel periodo su non poche testate. Citando alla rinfusa: “Acli Como”, “Cisl Informazione”, “Conquiste del lavoro”, “Jesus”, “Rocca”, “Storia Illustrata”, “Il Messaggero di Sant’Antonio”, “Piccola Città”, “La Provincia”, “Il Corriere della Provincia”, “Como”, “L’Ordine”, “Il Settimanale della Diocesi”, “Luce”, “L’Avvenire”, “L’Unità”, “Il manifesto”, “Il Giorno”, “Acli Oggi”, “Azione Sociale” … É un tempo in cui Giorgio scrive molto e molto si scrive insieme. Tanto che in anni più recenti, quando la sua salute già aveva iniziato a declinare, con lui s’era pensato di riprendere quei materiali, farne un riordino e proporli a stampa raccogliendoli; per altro usando proprio come titolo “Il nostro Achille Grandi”. Il termine “nostro” avrebbe assunto una duplice valenza: nostro in quanto delle Acli e nostro di… noi due. Non è accaduto. Non accadrà. Ci sono pensieri che restano sospesi sul crinale estremo della vita. Ma nella storia e per la storia, quel tempo e quelle azioni, quelle parole e quelle iniziative (anche quelle battaglie, in fondo) sono rimaste, rimangono e rimarranno. Sicché – per ribadire – la nostra ripresa di Achille Grandi poté proporre ancora la speranza di una “democrazia diffusa” come orizzonte, e il disegno di un raccordo più stretto tra società civile ed istituzioni del territorio. In quegli anni si iniziavano a scrivere gli Statuti propri di ciascun Comune italiano.
Mentre il sindacato “declina crescendo”
Al Grandi “sindacale” si torna in momenti successivi, quando le organizzazioni sindacali sono tornate strutturalmente tutte divise: tanto nelle categorie che avevano anticipato l’intento di fusione quanto nelle strutture che si erano semplicemente federate. Di nuovo Como è il punto di raccordo. Di nuovo Giorgio Cavalleri è tra i protagonisti. L’incrocio è – ancora casualmente? Forse… – tra ricorrenze anniversarie e necessità concreta, sempre più storico /politica.
Si fa comunque data al 1996. A cinquant’anni dalla morte di Grandi.
A Como tornano, insieme, i Segretari generali di Cgil e Cisl – in quel momento Sergio Cofferati e Sergio D’Antoni – insieme al Presidente Nazionale delle Acli, Franco Passuello. La Uil sceglie di essere rappresentata dal suo Segretario provinciale, Giuseppe Doria.
Nella manifestazione centrale questi nomi si misurano, il 12 ottobre, sul tema “Ritornare uniti: quale unità sindacale oggi?”, evocando “L’eredità di Achille Grandi”. Su questo Franco Passuello richiama una Lettera di Grandi a Di Vittorio e Lizzadri in cui pone con forza – così nella rilettura del Presidente nazionale Acli – l’esigenza di “un’unità nella libertà; un’unità non omologante, non mortificante, ma capace di suscitare libertà, capace di far convivere al suo interno più culture politiche, più stili organizzativi”.
Ma quegli interventi di area sindacale di metà anni Novanta scontano l’inverarsi del titolo, persin profetico (del 1977) nella sua lucidità estrema, di Bruno Manghi: Declinare crescendo.[12] Al sindacato questo accade: all’aumento di numeri, di iscritti, di potere in aree anche generali, della politica economica e della politica tout court, sta facendo seguito un decrescere generalizzato che va ad incidere – con la de-industrializzazione e lo svuotarsi delle grandi fabbriche – al calare del rapporto di massa, della fiducia tra i lavoratori, dell’immagine a livello sociale diffuso. Il sociale tutto è, in quegli anni, squassato e fatto a brani. Dopo gli anni della “Milano da bere” e non estranea a quella tendenza, s’è radicato tra quotidianità e palazzi del potere un modus operandi costruito su un sistema di corruzione che le inchieste ed i processi convenzionalmente indicati col nome di Mani Pulite hanno fatto scoprire al Paese col nome di Tangentopoli: non era soltanto “un mariuolo” (Craxi dixit) l’arrestato del 17 febbraio 1992.
L’indicazione aclista in quel contesto si sostanzia – ancora Passuello – nel ridefinire le Acli tutte come “un movimento del lavoro e della cittadinanza… impegnate nella costruzione del Terzo settore e dell’economia sociale… partecipi di una grande alleanza tra tutti soggetti del lavoro e della cittadinanza”[13]. Ma tocca a Giorgio Cavalleri – ancora – in un’occasione parallela organizzata dalle sole Acli in quella ricorrenza di ricordo e politica, tornare a Grandi e illustrare la complessità del processo da mettere in campo, descrivendo l’articolazione della prassi del cristianesimo sociale di inizio secolo.
«Un anno fondamentale nella storia del movimento operaio comasco come pure dell’associazionismo cattolico comasco è il 1901, perché nel giro di poche settimane vengono fondate da un lato la Camera del Lavoro, voluta dai sindacati dei tintori, dei grafici e della Mutua generale dei tessitori, di chiara ispirazione socialista e, dall'altro, invece la Lega Cattolica del Lavoro della quale, dopo pochi mesi, nel 1902, Achille Grandi diventa il segretario; ha appena 19 anni e lavora da otto anni in una tipografia: si trova ad affrontare un compito piuttosto gravoso che a lungo lo impegnerà part time, perché a fronte di una giornata lavorativa di 10, magari 11 ore, dovrà poi dedicare tutta la sera e le notti a questa attività.
Un'attività che lo assorbirà completamente e che soltanto alcuni anni dopo, nel 1907, si trasformerà in impiego a tempo pieno, quando l'Azione Cattolica diocesana viene ristrutturata e gli viene offerta la carica di Segretario propagandista. Achille Grandi opera, quindi, a tempo pieno in una Diocesi come quella di Como, complessa e assolutamente disomogenea, sia in termini geografici che sul piano sociale: a pochi chilometri dalla sede del Vescovado inizia già la Diocesi di Milano; in compenso andando a nord per oltre 220 chilometri – si arriva a Livigno – si è sempre nella sfera dell'episcopato Comense. Grandi si impegna moltissimo. Si può osservare che sostanzialmente opera su due direzioni: cerca di essere presente il più possibile organizzativamente, di radicarsi il più possibile sul territorio, e nello stesso tempo di inserire questa azione nel filone più generale, nazionale e internazionale della presenza sociale cattolica. Nel 1908 diventa consigliere comunale nel capoluogo e sarà anche consigliere provinciale, ma soprattutto mette in mostra delle grandi doti organizzative: doti che gli vengono riconosciute anche dai suoi avversari. Quando assume l'incarico, nella Diocesi di Como vi sono 60 associazioni cattoliche con 4.500 iscritti. Nel 1913, quando dopo due mandati non gli viene rinnovata la carica, le associazioni sono diventate 270 e gli iscritti quasi 23.000. Un dato, si potrebbe dire, quasi stupefacente. Quindi, grande impegno sul territorio, ma nello stesso tempo si rende conto che non è possibile nemmeno una gestione troppo tecnicistica, oserei dire autarchica. È necessario avere contatti il più possibile a livello nazionale proprio per trarre alimenti, spunti, una linfa della propria azione. E qui vediamo Grandi presente, per esempio, a tutte le Settimane Sociali dei Cattolici che si svolgono in quel periodo. Lo vediamo a Bergamo, ad Assisi, a Venezia. Nei libri che aveva la moglie e che mi ha regalato ce n’è uno della Settimana Sociale dei Cattolici a Friburgo nella Svizzera di lingua francese; sulle pagine di questo libro si trovano molte annotazioni: è evidente che nei pochi ritagli di tempo Grandi ha cercato anche di studiare questa lingua e si sforza di capire. Nel 1913 lo troviamo addirittura come relatore alla Settimana Sociale dei Cattolici svizzeri a Mendrisio. Quel che si delinea, insomma, è la figura di un personaggio politico che negli anni della formazione struttura quelle che sono le direttrici di tutta una vita. E qui già si pongono i problemi che caratterizzeranno la presenza del cristianesimo sociale nella Chiesa e nell’ambito dell’azione pubblica: sociale, sindacale e politica. Per queste organizzazioni è importante cercare di essere contemporaneamente fedeli a quello che è il movimento operaio e fedeli il più possibile alla Chiesa. Una Chiesa con la quale alla fine Grandi dovrà fare qualche conto e misurarne magari la complessità e talvolta anche i limiti, se è vero come è vero che nel 1913 l’Azione Cattolica e dunque la Diocesi non gli rinnoverà l'incarico per una questione legata alle elezioni politiche che si erano svolte svolsero in quell’anno. Questa ultima vicenda delinea una figura di Grandi che è certamente un cattolico convinto, che è per molti versi un cattolico obbediente ma – come ha sottolineato monsignor Teresio Ferraroni, vescovo di Como, già Assistente delle Acli comasche e nazionali – “è anche un credente, un cristiano che ha il coraggio e la dignità di sapere dire qualche volta di no e di non volersi, quasi non sapersi piegare”[14]…».
L’allontanamento da Como, la perdita del posto di lavoro, l’ostilità di una Diocesi (non certo di un associazionismo che aveva tanto contribuito a costruire) trovano radice in un filone e in un atteggiamento clerico-moderato (ed anzi reazionario) che all’interno del Patto Gentiloni legge soltanto una logica conservatrice: la scelta di superare il Non expedit per consentire il voto cattolico nelle elezioni parlamentari esclusivamente in appoggio ai candidati anti-progressisti, anti-socialisti, anti-radicali: anche se i candidati per i quali e con i quali si contratta l’appoggio sono liberali, massoni, anti-cristiani. Grandi a questa visione si oppone in esplicito. La vulgata popolare – che probabilmente vale quanto il gossip del nostro tempo – tramanda l’organizzazione ad opera sua di una gita domenicale dei lavoratori cattolici fuori dai Collegi elettorali in modo da evitare la loro partecipazione al voto. L’avrebbe pagata: la pagò trovandosi disoccupato. Solo la sua credibilità personale e il clima molto più aperto della Diocesi ambrosiana guidata del cardinale Andrea Carlo Ferrari (per altro già Vescovo a Como dal 1891 al 1894) gli darà modo di continuare nell’impegno sindacale e nel suo ‘apostolato’ nel mondo del lavoro. Anche in questo Grandi è “nostro”. Anche in questo le Acli e le associazioni di tendenza cristiano-sociale sono interne alla sua ispirazione. Anche nell’essere state sovente attaccate e colpite. Neppure il dettato conciliare sulla responsabilità e l’autonomia dei laici christifideles nell’operare all’interno delle realtà del mondo è stato sufficiente per liberare e responsabilizzare davvero un pluralismo culturale e politico dentro il quale testimoniare il cristianesimo. In tempi ancora relativamente recenti si sono registrate le reazioni negative e stizzose di un (allora) Presidente dei vescovi italiani contro l’affermazione di Romano Prodi sulla responsabilità e l’autonomia di “cristiani adulti”. E per questo tanto apprezziamo oggi le posizioni e il magistero della Conferenza Episcopale italiana e gli interventi di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e cardinale, che della Cei è presidente: non perché siano su posizioni simili alle nostre ma perché così si è inverata la nostra battaglia, da credenti conciliari, per un pluralismo riconosciuto, nella Chiesa, come nel sociale, che comunque – per noi – è sempre da portare al confronto con il Vangelo. Anche rispetto a tutto questo Achille Grandi è stato per noi – secondo i modi propri del suo tempo – uno specchio anticipato: pagando di persona; venendo colpito. Persino sul finire della vita, ad un Grandi ormai gravemente malato, Pio XII rifiuterà un’ultima udienza: così come la rifiuterà – e i due personaggi non sono allineati per visione e azione politica – ad Alcide de Gasperi. Neppure questo però è l’ultimo contributo che – grazie a Giorgio Cavalleri – ci giunge da Achille Grandi, tramite Maria Crovato.
Giorgio ricorda nell’ultima intervista televisiva che abbiamo registrato insieme, che dopo il legame, di cordialità e fatto di visite, che si era stabilito con la moglie di Achille Grandi, si era anche realizzato un altro filo di incontri e di conversazione, che non riguardavano lui soltanto ma una parte del gruppo dirigente delle Acli di Como: iniziando da un certo “allora…”.
«Da allora alcuni amici delle Acli, per esempio Angelo Leoni e Antonio Ballabio, hanno cominciato a chiedere a Grisoni e a me se fosse possibile e opportuno andare a trovarla. Si stava passando passato dal periodo in cui Grandi veniva visto come un’icona, messo in alto ma un po’ – come dire? – spersonalizzato ad uno in cui ci si rende conto che c’era ancora la moglie che abitava vicino a noi e che lo ricordava, e si cominciava a pensare che andando ad incontrare lei – che era una persona semplice, modesta, affabile, ma non certo una figura pubblica – si poteva tuttavia, in qualche modo trovare un rapporto più diretto e rendere un omaggio diverso alla figura del marito. Era cambiato un po’ un atteggiamento in questo senso. In uno di quei passaggi, non ricordo l’anno, ma le Acli erano state da poco “sconfessate” dal Vaticano di papa Montini, eravamo a casa sua – c’erano Grisoni, Leoni, Ballabio e qualche aclista di Arosio – e Angelo Leoni e Antonio Ballabio, che erano presidente e vice-presidente provinciali, s’erano detti preoccupatissimi per questa situazione. La moglie di Grandi ci aveva “inquadrato” la situazione con una sola battuta – che Ballabio ha anche annotato nei suoi ricordi scrivendone in Un affresco nel tempo – “Quand stì da la par diì operari ghi semper resun”...»[15].
Sono affermazioni che aiutano. Che Giorgio ancora una volta ci riporta. Che, ragionevolmente, possono aiutare ancora oggi. Come sempre però riportandole “a sbattere” contro la realtà che ci è toccato in sorte di vivere. Soprattutto c’è da meditare sul termine “uperari”. Proprio nei giorni in cui si stava preparando il momento di ricordo di Giorgio, nel trigesimo del suo transito nell’Oltre, un microsaggio, in dimensione di articolo giornalistico, veniva steso e destinato alle colonne a stampa di “Rocca” da un (molto ex) giovane aclista di nome Silvano Magnabosco. Era ed è significativo per l’oggi il titolo posto a sintetizzare una ricognizione in cifre e poi una descrizione narrativa di modi del lavorare e di condizioni del lavoro che sono diffusi ad oltranza nell’economia sconnessa del presente; un titolo che suona “Lavori malinconici”.
A generare malinconia e fatica snervante è la farragine dei lavori in frantumi prodotti e richiesti da un’economia con regole sempre meno composte e lo smarrirsi, nella crisi di passaggio dalla prima fase ad una fase ulteriore della globalizzazione, delle convenzioni sociali che regolavano i rapporti di lavoro. Ed è sovente la questione del tempo che emerge come drammatica, lo sciogliersi delle barriere divisorie tra lavoro e pausa, tra vita quotidiana e produttività imposte, tra tempo produttivo e tempi altri; con remunerazioni, per altro, spesso vicine o inferiori ai margini di sussistenza. Giorgio, insieme a Pierre Carniti e Sergio Zaninelli[16], rieditò – tra i primi – il manifesto firmata dall’Unione Femminile Cattolica di Como che nel 1914 titolava: “Operaie Cattoliche! Astenetevi dal lavoro nei giorni festivi!”. Non si trattava soltanto di un richiamo al dato religioso: come è proprio da sempre del pensiero e dell’azione del cristianesimo sociale si tratta di un incrocio tra ispirazione di fede, dignità della persona e gestione dei tempi della vita perché questi, e tutto questo, non vengano asserviti alla logica della produzione e dal dominio dell’economia.
A noi tocca far cozzare – ovvero “sbattere” – la nostra figura di Grandi contro le ingiustizie e le disuguaglianze del nuovo millennio nelle realtà concrete anche del nostro continente.
Così continuiamo nel solco remoto di Achille Grandi. Così proseguiamo anche nel dialogo con Giorgio, un amico ed un compagno che ha ricondotto Achille Grandi nelle nostre esperienze associative e nelle nostre vite personali
Renzo Salvi, già Capoprogetto di Rai-Cultura, Docente di storia sociale della televisione
Intervento nel trigesimo della morte di Giorgio Cavalleri del 07.02.2026
[1] Achille Grandi. Un uomo quotidiano, un programma curato e condotto da Renzo Salvi, con la regia di Cesare Emilio Gaslini, Rai Radiotelevisione Italiana, RaiTre 1983.
[2] La documentazione fotografica è nel volume a cura di Giorgio Cavalleri e Renzo Salvi, con la collaborazione di Chiara Milani, Parole nella storia. Nel ricordo di Achille Grandi (edito da Acli Como, Biblioteca Comunale di Como, e Cisl Como nel 2015) come completamento del Repertorio bibliografico, cine/televisivo e fotografico 1946/2013. La ricognizione fotografica va da p. 57 a p. 126
[3] Giorgio Cavalleri, Parliamo di Achille Grandi, Presentazione di Luigi Grisoni, a cura del Centro Professionale Achille Grandi, Cantù 1969
[4] Antonio Fappani, Vita e opere di Achille Grandi, Edizioni Paoline, Modena 1960. Prefazione di Augusto Colombo. Giulio Pastore, Achille Grandi e il movimento sindacale nel primo dopoguerra, Edizioni Cinquelune, Roma 1960.
[5] Parole nella Storia nel ricordo di Achille Grandi-Doc dalla Teca delle Acli comasche: 1966, 1983, 1996, 2013, Dvd allegato a G. Cavalleri, R. Salvi (a cura di), C. Milani (collaborazione), Parole nella Storia nel ricordo di Achille Grandi (op. cit.) Como 2015.
[6] Intervento di Giorgio La Pira alla Seconda Sottocommissione – Ordinamento costituzionale dello Stato – dell’Assemblea Costituente,19 novembre 1947 (Atti dell’Assemblea: ora anche in Nino Giordano (a cura di), Giorgio La Pira e la Costituzione. Relazioni e interventi all’Assemblea Costituente, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2016).
[7] Giuseppe Gini, La formazione del pensiero politico-sociale di Achille Grandi, Como 1900-1913, “Il lavoratore lombardo”, Quaderno n. 5, 10-11-1981. Presentazione di Giorgio Cavalleri (Stampa Tipo-lito Mazzoni di Claudio Molteni, Como)
[8] Giuseppe Longhi, Achille Grandi e l’antifascismo delle Leghe Bianche. 1922/25, Quaderni di Realtà sociale, n. 2, Milano 1981. Prefazione di Giovanni Bianchi.
[9] Giuseppe Longhi, Achille Grandi a Como. Cristianesimo sociale e movimento sindacale nel primo Novecento, Ed. a cura dell’Ufficio Studio delle Acli comasche e del Comune di Como, Centro Stampa Comunale1984. Presentazione di Antonio Spallino, Sindaco di Como; Prefazione di Domenico Rosati, Presidente nazionale Acli
[10] Renzo Salvi (a cura di), Cesare Emilio Gaslini (regia), Achille Grandi. Un uomo quotidiano, RaiTre 1983.
[11] Renzo Salvi, Fausto Tagliabue (testi) NodoLibri (progetto grafico), Achille Grandi e il movimento dei lavoratori a Como nel primo ‘900, NodoLibri, Como 1983
[12] Bruno Manghi, Declinare crescendo, Il Mulino, Bologna 1977. Sin dalla prefazione vi si legge: “Le difficoltà dell’oggi si esprimono anzitutto attraverso il raffreddamento delle speranze, mettono in discussione l’identificazione collettiva e l’intensa solidarietà che hanno segnato la vita di molti” (p. 7).
[13] Franco Passuello, Ricordando Achille Grandi, in “Acli Oggi”, n. 95, 22 ottobre 1996, pp.5-8
[14] S.E. monsignor Teresio Ferraroni, Vescovo di Como, Achille Grandi: l’uomo, il cristiano, Omelia nella Messa in suffragio presso la chiesa di San Filippo, 1976
[15] Antonio Ballabio ricorda quell’incontro nella testimonianza scritta in occasione del quarantennale delle Acli comasche: «Ricordo ancora con forte emozione che un giorno dell’autunno del 1971, in piena “bufera” per le Acli, con gli amici Angelo Leoni, Luigi Grisoni e Giorgio Cavalleri eravamo andati a trovare la vedova di Achille Grandi nel suo appartamento di via Turati a Camerlata. Mentre noi – in particolare io e Angelo Leoni – eravamo preoccupati della situazione e quasi “mortificati”, la signora ci ha consolati dicendo: “Quando siete dalla parte degli operai avete ragione…» e io sono tornato a casa sollevato e con la voglia di lottare ancora perché la Acli non venissero “liquidate” come voleva qualcuno”. In Giorgio Cavalleri, Renzo Salvi (a cura di), Un affresco nel tempo. Quarant’anni di Acli a Como, Postfazione di Giovanni Bianchi, Como 1985, p. 30
[16] Pierre Carniti, Giorgio Cavalleri, Sergio Zaninelli, Achille Grandi e il sindacato nuovo, Edizioni Lavoro, Roma 1984
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