Home » News & Eventi » La Resistenza Sociale a Como - materiali

La Resistenza Sociale a Como - materiali

LA RESISTENZA NELL’AREA COMASCA:

accedi QUI a tutto il materiale video e immagini

https://drive.google.com/drive/folders/1nhNOTr3BIcv2AMi69PpAHEHJlx7qX-Li?usp=drive_link

 

 

VITA QUOTIDIANA E TESTIMONIANZE CRISTIANE

 

Il fascismo era stato l’invasione culturale di società civile e associazioni, di persone e famiglie. Era stato occupazione della quotidianità, del tempo, dei comportamenti.

La Resistenza, a Como come altrove, è lo scuotersi di questi stessi ambiti dalla sopportazione e dal torpore, dall’acquiescenza e dalla sopraffazione che avevano scritto una pagina della storia “lunga di vent’anni”. Il sociale si muove allora insieme, verso e dentro la Resistenza in armi, al suo fianco e in azione, nel sabotaggio e nella disobbedienza.

La presenza cristiana è attiva in tutti questi comportamenti: combatte e fa controinformazione, sostiene le brigate di combattimento e organizza fughe di renitenti e ricercati, di ebrei e di militari, nasconde chi è in pericolo.

È parte della Resistenza “con” e “senza” fucile. È una delle testimonianze maggiori del cristianesimo sociale italiano del Novecento. 

Indagare questo campo dei comportamenti chiede una ricognizione generale ai nomi e la ricostruzione statistica di numeri ed eventi affiancata da testimonianze dal vivo, da ricostruzioni in voce, da documenti televisivi che aiutino ad interpretare tutto questo insieme di comportamenti e motivazioni, anche con domande fondate nell’oggi.

 

[Tre testimonianze audio/video]

 

 

SFOLLATI ED EBREI A CUCCIAGO.

Le testimonianze sono fonti per la storia: da sottoporre a riscontri e verifiche, certamente, ma insostituibili per ricostruire dettagli e, spesso, ragioni di eventi e comportamenti.

La presenza di famiglie di appartenenza ebraica a Cucciago nel primo quinquennio degli anni Quaranta è documentabile a partire dai ricordi narrati di Luigia “Gigia” Brambilla, allora adolescente, nipote del prevosto don Luciano, spesso in visita dallo zio e poi sfollata da Milano per evitare la fase terminale, più pesante e rischiosa per la città, del periodo bellico.

Davanti alla telecamera – di Dario Barezzi – e in interviste radiofoniche Gigia è stata una insostituibile “memorialista” per gli anni e gli avvenimenti posti tra il 1938 e il 1980.

La figura di don Luciano Brambilla, liturgista, ricercatore storico, amante dell’arte e, appunto, prevosto ne emerge, insieme ad altre, come un tramite di salvaguardia di sfollati di religione ebraica oltre che come persona che disdice l’abbonamento al quotidiano cattolico (per eccessivo allineamento al regime) e come primo accusatore – l’urlo è: “Assassini! Assassini!” – dei responsabili fasciste dell’eccidio che colpisce il suo paese e la sua parrocchia.

 

L’ECCIDIO DEL DOPOLAVORO.

L’antifascismo popolare degli anni Quaranta si esprime anche – non poco – nell’aiuto fornito a perseguitati, renitenti alla leva, ebrei, partigiani, oppositori che avevano necessità di nascondersi o di passare la frontiera. Dopo i primi anni della guerra questo lavorio è anche testimonianza concreta – rischiosa per chi vi è impegnato – di come e quanto “l’invasione culturale” del fascismo nella vita di tutti i giorni si stia sgretolando: i sogni si sono fatti incubo, le promesse vengono scoperte come banalità tra il falso e il tragico. A Cucciago è il Dopolavoro (fascista) che si fa base dei contatti per far espatriare soprattutto militari sbandati, dopo l’8 settembre 1943, e giovani renitenti alla coscrizione obbligatoria della Repubblica di Salò.

Individuate, con l’inganno, e colpite dalle Brigate Nere, sono tre persone impegnate in queste azioni: un podcast, radiofonico, del 2014, prodotto per l’Amministrazione comunale, ricostruisce, in parte a copione, in parte con voci di testimoni, quell’eccidio del 18 luglio 1944.

 

UN COMMISSARIO PREFETTIZIO CHE DICE “NO”

Di fronte all’uccisione di tre persone il conflitto morale tra ruolo pubblico e coscienza si risolve a favore di quest’ultima. È un Commissario prefettizio – che sostituisce nel fascismo repubblichino la carica di podestà – ad opporsi alla fossa comune per tre fiancheggiatori della lotta partigiana uccisi dai Militi di una Brigata Nera proveniente da Cantù; Carlo Porta è in carica da pochi giorni, certamente è interno al regime, e tuttavia si scontra col Questore di Como, rischia l’arresto e, in accordo col parroco, rende possibile la celebrazione di funerali che si trasformano, per il numero dei partecipanti, in una manifestazione di dissenso: non è “un partigiano” – tutt’altro – ma dichiara allora, per iscritto, che la versione fornita dagli assassini è falsa e conferma davanti, settant’anni dopo, in video, che la scelta fu guidata dal suo essere cristiano.

 

[Tre lettere/documento]

 

LA RADIO NAZISTA DI FINO MORNASCO

Collocata in Villa Tagliaferri una radio nazista, in lingua tedesca – per quanto è dato sapere – e non senza musica, anche con piccole orchestrine dal vivo, trasmetteva per le truppe “degli alleati germanici” nel tempo della Repubblica Sociale Italiana, con capitale a Salò.

La conferma viene dalla ricognizione all’Archivio comunale di Fino in cui – grazie a Mariangela Sempio – sono state rinvenute lettere inviate al locale Comitato di Liberazione nazionale da parte dei nuovi responsabili della Radio con sede a Milano, in Corso Sempione: non più Eiar e, con qualche imprecisione, denominata ora Radio Italiana ed ora Rai Alta Italia (donde RAI). Le missive chiedono la restituzione degli apparati trafugati dalle truppe germaniche: ciò che avviene dopo però che un saccheggio popolare ha sottratto le strutture necessarie a trasmettere e dopo che queste sono state restituite a seguito di un energico richiamo – dagli altoparlanti posti sul campanile in sostituzione delle campane “donate” (forzosamente) al regime. Protagonista e voce di quel richiamo a restituire è monsignor Caccia, che parla e tratta con duplice autorevolezza: come prevosto del paese e come membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Fino.

 

DA CERMENATE A CUNEO UN VENTENNE CON “GIUSTIZIA E LIBERTÀ

Ambrogio Ronzoni muore in combattimento, a 20 anni e 24 giorni, dopo essere passato, in armi, con un gruppo di commilitoni, dalla caserma di Cuneo, in cui era stato inquadrato per l’esercito della Repubblica di Salò, alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà che operano nel cuneese.

Alcune lettere ad una cugina, in parte tracciate della censura, raggiungono la loro destinazione dopo la sua morte. Se ne evince la modalità di trattamento riservato a questi giovani da parte dell’organizzazione militare nazista operante in Italia: per sei mesi la loro destinazione è la Germania, per addestramento e inquadramento, ad esempio; e si avverte anche il tormento di una scelta che, di data in data, si avvicina e che porterà a combattere e a cadere per la liberazione d’Italia.

L’Archivio della Resistenza di Cuneo annota: Ambrogio Ronzoni, nato a Cermenate (CO) 05/04/1925, residente a Cermenate, studente, ucciso in combattimento, Cuneo 29/04/1945, Formazioni G.L. brigata “Bellino”.

 

UNA LETTERA DALL’INTERNAMENTO: “…GESÙ BAMBINO”

Vittorio Cattaneo viene arruolato a 19 anni, nel 1943. In tempo – si direbbe – per essere travolto dall’abbandono in cui vengono lasciati i militari italiani i militari italiani con la fuga del Re e dei Comandi militari da Roma e con i proclami senza senso – “La guerra continua” – del maresciallo Badoglio.

Catturato, viene internato in Germania, nello Stammlager di Brandeburgo: è il numero115693. Le sue lettere alla famiglia, numerose, su carta e con mezzi di scrittura via via sempre più poveri e limitati, tentano di rassicurare i parenti e di comunicare parole di speranza.

L’ultima ha tutte le tracce del dramma che incombe: gli stenti e una malattia, la tubercolosi, malcurata e che non gli lascia scampo. Il testo, a matita, cu carta sottilissima, lascia emergere la formazione della sua infanzia e dell’adolescenza: chiede preghiere e annota: “Oggi giorno di Natale penso a voi tutti a casa che passerete un bel S. Natale non soltanto con quei pranzi, ma anche con la bella S. Messa di Gesù Bambino, quando si sente nei cuori quella gioia che fa pensare solo al Bambino nato puro e innocente nella grotta di Betlem (…). Io, invece, essendo in questo letto duro con un male alla gamba, non ho neanche potuto andare alla S. Messa, però la comunione l’ho fatta lo stesso, perché il Padre l’ha portata alle camerate. Cara mamma prega per me che ne ho tanto bisogno, perché è già da maggio che sono ammalato (…).”

Morirà il 9 marzo 1945. Aveva rifiutato tanto la proposta di diventare “lavoratore civile libero” impiegato in Germania in lavori servili o di fabbrica quanto la proposta di rientrare in Italia arruolandosi nell’esercito della Repubblica fascista di Salò.uantoquella di rientrare in Italia come militare ndell’esercito repubblichino di Salò. .

 

[Una rilettura di antifascismo e Lotta di liberazione]

RESISTENZA SENZA FUCILE

Il titolo è l’ultimo libro edito in vita da Giovanni Bianchi. È l’approdo, in forma di rilettura ampia, di analisi e ricostruzioni storico/sociologiche e di etica dei comportamenti, del periodo e degli eventi della Resistenza.

Giovanni Bianchi, già presidente nazionale delle Acli, parlamentare, fondatore dell’Ulivo, parla, in questa occasione, come presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani.

Il volume viene presentato in anteprima a Cucciago il 24 aprile 2016, insieme ad altri due testi in quel momento prossimi alle stampa: Dietrich Bonoeffer. Teologo e martire del nazismo, di Giorgio Cavalleri, e Don Adolfo Asnaghi. Ebéd Shalom, di Rosanna Moscatelli. Tutti con la presenza e l’intervento degli autori.

La registrazione televisiva integrale, con la regia di Dario Barezzi, è stata edita in file/card e riproposta in rete a cura dei Circoli Dossetti di Milano. La presentazione del libro, giunto alle stampa, avverrà un anno dopo a “Tempo di libri”, a Milano, con la partecipazione di Antonio Pizzinato e Renzo Salvi il 23 aprile del 2017.