Le Acli comasche lanciano un appello alla partecipazione consapevole e invitano a votare NO
In vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 le Acli comasche, in un contesto segnato da disaffezione al voto e sfiducia nelle istituzioni, intendono richiamare tutti i cittadini e le cittadine all’importanza della partecipazione e al senso di responsabilità che caratterizza questa consultazione.
Sentiamo il dovere di contribuire a un dibattito serio e informato su temi che toccano il cuore della nostra democrazia, cercando di evitare posizioni ideologiche o di schieramento politico, ma proponendo una valutazione nel merito degli effetti della riforma proposta: la separazione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura.
Un referendum confermativo/oppositivo, affida infatti ai cittadini il compito di approvare o respingere una riforma della Costituzione già approvata dal Parlamento, ma non con la maggioranza qualificata dei due terzi.
Nel complesso riteniamo che la riforma presenti criticità rilevanti.
In primo luogo perché si tratta di una decisione esclusivamente del Governo e non del Parlamento, al quale, con l’imposizione governativa sia sulla maggioranza che sull’opposizione, è stato impedito di apportare anche la minima modifica al testo.
In questo caso corre l’obbligo di ricordare le parole di Piero Calamandrei, un autorevole padre della nostra Carta fondamentale, il quale richiamava la necessità che in materia costituzionale il Governo non interferisse nel dibattito, lasciando al Parlamento il compito esclusivo di elaborare proposte condivise dalle varie forze politiche, sia di maggioranza sia di opposizione.
La Carta costituzionale rappresenta l’esito di una ricerca paziente e laboriosa di punti di incontro tra culture politiche diverse, un lavoro di cucitura compiuto a partire dal 1946, dove era necessario evitare il collegamento o l’appiattimento del potere giudiziario (la Magistratura) sul potere esecutivo (il Governo), come era in buona sostanza avvenuto nel ventennio di dittatura fascista.
Le impostazioni talora divergenti per cultura giuridica, erano state unificate dalla consapevolezza di dover affermare principi di garanzia. Era viva la convinzione che, assicurando l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, si garantiva a tutti la tutela dei diritti senza alcun controllo esterno.
In un tempo in cui sembrano prevalere posizioni ideologiche e politiche di parte e non l’interesse per una giustizia non solo giusta, ma anche efficiente, le Acli rilevano il rischio che un cambiamento costituzionale di questo tipo miri unicamente all’indebolimento dell’autonomia della magistratura, senza incidere nel concreto sui tempi dell’amministrazione della giustizia e sul “giusto processo”.
In secondo luogo, nel merito della proposta referendaria rileviamo che la separazione delle carriere è di fatto già prevista dal nostro ordinamento (legge Cartabia n. 71 del 17 giugno 2022) e che i passaggi di funzione tra magistratura giudicante e requirente siano statisticamente trascurabili (inferiori all’1% annuo) e previsti in modo assai restrittivo (una sola volta nella vita, solo nei primi dieci anni di lavoro di un giudice e con l’obbligo di cambiare regione).
Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri può sembrare una misura tecnica per garantire la terzietà del giudice, ma ha conseguenze sistemiche che sollevano preoccupazioni per la tutela dei diritti, in particolare per i soggetti più fragili.
Una separazione rigida potrebbe compromettere l'equilibrio del sistema penale, trasformando la magistratura inquirente (PM) in un organo più vicino all'esecutivo e limitando la sua indipendenza, fattore che storicamente ha garantito tutele anche alle fasce più deboli.
È nostro dovere, come cittadini e come organizzazioni sociali, vigilare affinché la giustizia resti accessibile, equa, a tutela dei più fragili e non diventi un privilegio per chi può permettersela.
Riteniamo pertanto che non esista un problema di complicità fra giudici e pubblici ministeri, esiste semmai il rischio, una volta diviso l’attuale CSM, di una maggiore ingerenza della politica nell’amministrazione della giustizia, confermata peraltro anche dal metodo del sorteggio imposto come “puro” riguardante tutti i magistrati - giudicanti e requirenti - , e “temperato” per i membri “laici” , all’interno di una lista già compilata dal Parlamento e quindi con la prevalenza della sua maggioranza ed in ultima analisi del governo stesso.
Dall’unico CSM attuale si passerebbe a tre nuovi organismi, compresa la nuova Corte di disciplina, con una moltiplicazione di sedi, di personale e strumenti per il loro funzionamento che comporterà costi economici rilevanti, equivalenti al raddoppio delle spese attuali, a cui vanno aggiunte le spese per l’Alta Corte disciplinare.
In conclusione, riteniamo questa riforma inefficace rispetto ai reali problemi della giustizia, che ancora una volta non vengono affrontati, e foriera di possibili rischi per una progressiva trasformazione e delegittimazione della magistratura: modificare i rapporti tra i poteri dello Stato indebolendo controlli e garanzie costituzionali; rendere insignificante l’uguaglianza di tutti e di tutte davanti alla legge, perché si alterano e compromettono principi fondamentali del nostro ordinamento quali l’equilibrio tra accusa e difesa, e con esso, la tutela dei più fragili.
LE ACLI COMASCHE INVITANO PERTANTO TUTTI A RISPONDERE ALLA CHIAMATA REFERENDARIA CON UNA PARTECIPAZIONE CONSAPEVOLE E INFORMATA, RIBADENDO L’APPELLO A VOTARE “NO” NELL’INTENTO DI NON CONFERMARE IL QUESITO REFERENDARIO IN ESAME.
Como, 05.03.2026
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